Eccoci qui, finalmente. Dopo aver macinato quasi tremila chilometri in sella alla nuova Yamaha Tracer 9 versione 2025, sento di avere finalmente tra le mani tutto quello che serve per raccontarvi come va davvero questa moto, senza filtri e senza i soliti giri di parole da cartella stampa. Sapete bene che sul web se ne dicono di ogni: questa è probabilmente uno dei modelli più chiacchierati, se non il più “bistrattato” da certi influencer nell’ultimo periodo. C’è chi la critica ferocemente per l’estetica e chi la osanna solo perché deve farlo. Ma la verità, quella che scopri solo vivendoci insieme giorno dopo giorno, tra curve di montagna, trasferimenti autostradali e le imprecazioni nel traffico cittadino, è un po’ più complessa e decisamente più interessante.
Non volevo scrivere questa recensione dopo i soliti cento chilometri del “press test”. Volevo aspettare di sentire la moto “mia”, di capire come risponde quando le gomme iniziano a scalfire il battistrada e quando l’elettronica smette di essere una novità per diventare uno strumento quotidiano. Quindi, mettetevi comodi: questa non sarà la solita lista fredda di dati tecnici, ma il racconto di un’esperienza vera, fatta di pregi che ti fanno sorridere dentro il casco e di difetti che, onestamente, mi hanno fatto storcere il naso più di una volta.
Questione di Sguardi – Il design che divide e la rivoluzione dei fari
Partiamo dall’elefante nella stanza: l’estetica. Il musetto della nuova Tracer 9 è l’elemento che ha spaccato in due il pubblico. O lo ami o lo odi, non ci sono mezze misure. Io personalmente faccio parte di quelli che lo promuovono. Yamaha ha finalmente avuto il coraggio di abbandonare quel design “mono occhio” asimmetrico delle versioni precedenti che, ammettiamolo, non era proprio il massimo della vita, specialmente quando ti trovavi a guidare col buio pesto.
Qui abbiamo un gruppo ottico full LED che trasforma la notte in giorno. Anche se questa non è la versione dotata del sistema Matrix (che trovate sulla GT o sulla GT Plus), Yamaha ha comunque implementato una funzione cornering che lavora divinamente. Quando pieghi, il fascio di luce si sposta seguendo la traiettoria della curva, illuminando zone che prima rimanevano nel buio totale. Vi assicuro che la differenza è abissale rispetto al passato: quella sensazione di insicurezza nel buio totale è sparita, tanto che per la prima volta su una Tracer non sento minimamente il bisogno di andare a installare faretti supplementari per vedere dove metto le ruote.
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Contro il Vento – Aerodinamica e stabilità senza compromessi
Parlando di protezione, il cupolino è stato leggermente ridisegnato e affinato. Io sono alto un metro e ottanta e devo dire che, pur proteggendo bene il busto, sento ancora un po’ d’aria sulle braccia, ma nulla che rovini il comfort di viaggio. Però, la vera magia gli ingegneri Yamaha l’hanno fatta con le carene laterali e le nuove alette aerodinamiche. Non so di preciso quale stregoneria abbiano studiato in galleria del vento, ma la moto ora è incredibilmente più stabile quando incontri il vento laterale.
Chi ha guidato le vecchie Tracer sa di cosa parlo: quel leggero effetto “vela” che rendeva l’anteriore un po’ nervoso quando passavi accanto a un camion o durante le giornate ventose. Ora invece la moto taglia l’aria con una precisione chirurgica. Questo si sposa perfettamente con i nuovi cerchi Spin Forged, che essendo più leggeri riducono l’effetto giroscopico, rendendo l’avantreno ancora più agile e svelto nei cambi di direzione. Nonostante i suoi 212 chili in ordine di marcia, la sensazione tra le gambe è quella di una moto molto più leggera e reattiva.
Il Cuore Pulsante – Sua Maestà il tre cilindri CP3
Inutile girarci intorno: il cuore di tutto resta lui, il leggendario motore CP3. Sulla carta non è cambiato granché: parliamo sempre dei soliti 119 cavalli a 10.000 giri e di una coppia di 93 Newton metri che esplode a 7.000 giri. Potreste pensare che, siccome il motore è lo stesso, la moto si guidi esattamente come la versione precedente. E invece no. Il modo in cui l’elettronica gestisce l’erogazione è stato affinato ulteriormente.
È un motore che ha una doppia anima: è dolcissimo se vuoi passeggiare tra i borghi, ma diventa una belva se decidi di spalancare il gas. La progressione è infinita e quel suono rauco del tre cilindri, specialmente se montate uno scarico un po’ più libero come l’Akrapovic che ho scelto io, è pura melodia. Ti permette di dimenticare il cambio e di riprendere in sesta marcia anche da velocità ridicole senza un sussulto. È, a mani basse, uno dei migliori motori mai prodotti per l’uso stradale.
Vita a Bordo – Ergonomia, sella e l’altezza che non spaventa più
Passiamo a uno dei miglioramenti più concreti: il comfort. La sella della versione precedente era spesso criticata per essere un po’ troppo rigida, quasi un pezzo di marmo dopo due ore di guida. Su questo modello 2025, Yamaha ha finalmente ascoltato gli utenti. L’imbottitura è stata rivista e ora è decisamente più accogliente, permettendoti di stare in sella per l’intera giornata senza troppi dolori.
C’è poi un aspetto interessante legato all’altezza. La moto è tecnicamente più alta di 4 centimetri rispetto a prima, un dato che potrebbe spaventare chi non è un gigante. Eppure, grazie a un lavoro di snellimento della zona centrale, io tocco terra perfettamente con entrambi i piedi. Hanno lavorato così bene sul “giro gamba” che la percezione di altezza è svanita. Anche il passeggero ringrazia: la porzione di sella posteriore è stata allargata di 50 mm, offrendo molto più spazio e, soprattutto, un grip migliore che evita a chi siede dietro di scivolarti addosso a ogni minima frenata.
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Guarda su AmazonLuci e Ombre del Display – Tecnologia e qualche imprecazione
E qui arriviamo alla tecnologia di bordo. Il nuovo display è enorme, un vero e proprio tablet davanti agli occhi. Sulla carta è fantastico, ma nell’uso quotidiano ho trovato diverse criticità. Innanzitutto l’interfaccia: Yamaha offre tre template diversi per visualizzare le informazioni, e onestamente li trovo uno più confuso dell’altro. Mi sembra che abbiano voluto strafare con la grafica a discapito della leggibilità immediata. Paradossalmente preferivo la semplicità del modello precedente dove, pur essendo le scritte più piccole, sapevi sempre dove guardare.
In più, hanno posizionato una presa USB-C proprio sotto lo schermo. Io resto un fan della vecchia cara presa accendisigari da 12V, perché ti permetteva di collegare qualsiasi cosa con un adattatore robusto. Con questa USB-C, se volete usare il CarPlay o Android Auto, dovete combattere con i cavetti. Io ho dovuto cambiare tre adattatori prima di trovarne uno che non si staccasse a ogni buca, interrompendo la navigazione proprio sul più bello. Sono piccoli dettagli che in un viaggio lungo diventano frustranti.
Piccoli Dettagli, Grandi Fastidi – Il vano portaoggetti
Se c’è una cosa che mi ha fatto letteralmente perdere la pazienza è il nuovo vano portaoggetti laterale. Ragazzi, siamo seri: chi lo ha progettato? È un cassetto piccolissimo, dove a stento entra uno smartphone moderno (se avete un Pro Max o un Ultra, scordatevelo). Ma il vero problema non è lo spazio, è la sicurezza.
Si apre con una levetta a pressione e non è collegato alla chiave della moto. Significa che chiunque passi vicino alla vostra moto parcheggiata può aprirlo in un secondo e portarsi via quello che c’è dentro. Perché non integrare una chiusura elettronica o meccanica legata al quadro? All’interno c’è una presa USB per la ricarica, il che è teoricamente ottimo, ma lo spazio è talmente risicato che se collegate il cavo, farete fatica a chiudere lo sportellino senza schiacciare tutto. Un’occasione sprecata per fare qualcosa di veramente utile.
Dominare la Strada – Elettronica e blocchetti intelligenti
Per fortuna, Yamaha si riscatta con i nuovi blocchetti al manubrio. Sono stati completamente ridisegnati e il feedback tattile è eccezionale. Il joystick per navigare nei menu è molto più intuitivo rispetto alla rotellina del passato. Ma la vera chicca sono le nuove frecce. Hanno implementato una funzione di disattivazione automatica intelligente: dopo 150 metri o dopo un certo lasso di tempo, la freccia si spegne da sola. Sembra una cavolata, ma vi assicuro che è di una comodità disarmante e vi evita quelle figuracce di girare per chilometri con la freccia accesa dimenticata.
C’è anche una funzione curiosa che nemmeno molti concessionari spiegano: il limitatore di velocità integrato. Premendo due volte il tasto del Cruise Control, potete impostare una velocità massima che la moto non supererà, a prescindere da quanto ruotate il gas. Sinceramente la trovo un’aggiunta quasi superflua su una moto del genere, ma se temete particolarmente gli autovelox in certi tratti urbani, potrebbe salvarvi la patente.
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Danzare tra i Tornanti – Ciclistica e agilità chirurgica
Andiamo sul tecnico, ma restiamo concreti. Yamaha ha rivisto il canotto di sterzo e questo ha portato a un miglioramento incredibile nel raggio di sterzata: hanno guadagnato circa due metri e mezzo. Può sembrare un dato da scheda tecnica per parcheggiatori, ma la verità è che nei tornanti stretti di montagna la Tracer 9 2025 è diventata un’arma totale. Giri la moto in un fazzoletto di terra con una facilità che prima non c’era.
La ciclistica reagisce bene, la moto è piantata a terra e trasmette una fiducia incredibile. Merito anche delle nuove sospensioni che, pur non essendo le elettroniche della GT, fanno un lavoro onesto nel copiare le asperità. La moto non “pompa” più come le vecchie versioni quando spingi forte in uscita di curva; rimane composta, permettendoti di goderti ogni singolo cavallo del CP3 senza dover lottare con il telaio.
Il Nodo della Frenata – Il vero punto debole?
Purtroppo, devo essere onesto su un punto che mi sta a cuore: la frenata. Nonostante Yamaha abbia montato un disco posteriore maggiorato a 267 mm (che effettivamente si sente e aiuta molto a stabilizzare la moto in ingresso curva), l’anteriore non mi convince al 100%. Il feeling alla leva è il classico “spugnoso” delle moto giapponesi di questa fascia.
Quando decidi di alzare il ritmo e chiedi tutto all’impianto frenante, manca quel mordente iniziale che ti aspetteresti da una moto con queste prestazioni. Non è che la moto non freni, sia chiaro, ma richiede molta pressione sulla leva e non ti trasmette quella precisione chirurgica che invece trovi nello sterzo o nel motore. È una cosa che risolverò a breve montando delle pastiglie più performanti, perché credo che il potenziale dell’impianto sia limitato proprio dal materiale d’attrito originale, scelto forse per essere troppo conservativo.
Il Prezzo del Divertimento – Consumi e Verdetto Finale
Dopo 3.000 km ho dato un’occhiata anche ai consumi. Devo dire che questa versione 2025 sembra bere un pochino di più rispetto alla mia vecchia Tracer. Sarà che il motore invita a spingere, sarà lo scarico Akrapovic che ti spinge a sentire ogni cambiata del Quickshift di terza generazione (che, tra l’altro, è un gioiello di fluidità sia in salita che in scalata), ma il serbatoio da 19 litri scende più velocemente di quanto ricordassi. Nulla di drammatico, ma è un dato da tenere in considerazione se pianificate viaggi lunghi in zone con pochi benzinai.
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Quindi, qual è la verità sulla Yamaha Tracer 9 2025? È la moto perfetta? No. Ha i suoi difetti, alcuni dei quali mi fanno rabbia perché sembrano errori di distrazione su un progetto altrimenti eccellente. Ma ogni volta che salgo in sella, che accendo il motore e sento quella spinta infinita tra le curve, mi dimentico del cassetto portaoggetti piccolo o del display un po’ confusionario. È una moto che ha un’anima, che ti diverte come poche altre e che, nonostante le critiche degli influencer, resta il punto di riferimento della categoria. Se cercate una compagna di viaggio capace di farvi battere il cuore, la Tracer è ancora lì, sul gradino più alto del podio.
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