Se sei qui, probabilmente hai passato più tempo a pulire i collettori della tua moto che a scegliere il colore delle pareti di casa, oppure sei quel tipo di persona che non vede l’ora che arrivi domenica per sentire il “clack” della prima marcia e scappare lontano da tutto.

In ogni gruppo di motociclisti, che si tratti di un manipolo di amici storici o di un ritrovo improvvisato al bar del passo, le dinamiche sono sempre le stesse.

Cambiano le cilindrate, cambiano i brand stampati sui serbatoi e magari cambiano anche le strade, ma le tipologie umane che popolano questo nostro mondo sono costanti universali, quasi delle leggi della fisica applicate alle due ruote.

Oggi voglio fare due chiacchiere con voi, in modo un po’ più leggero e sopra le righe, per analizzare quelle 5 (più una bonus) categorie di biker che popolano le nostre uscite. Lo faccio perché la moto, per noi di Voonexio, non è solo un ammasso di ferro, plastica e benzina, ma è un vero e proprio specchio della nostra anima. È quel momento magico in cui, appena abbassi la visiera, il resto del mondo sparisce e rimani solo tu con la tua strada.

Ma veniamo a noi e vediamo in quale di questi profili ti ritrovi o, meglio ancora, quale dei tuoi amici ti viene subito in mente leggendo queste righe.

Il Professore Tecnico: l’enciclopedia con le ruote

Partiamo subito forte con un classico intramontabile: il Professore Tecnico. Lo riconosci subito perché, mentre tu arrivi al bar tutto gasato dopo un giro pazzesco esclamando quanto ti sei divertito con quella nuova moto in prova, lui non sorride. Ti guarda con un’aria un po’ saggia e un po’ di sufficienza, inclina leggermente la testa e inizia a demolire la tua emozione con la fredda precisione di un software.

Ti dirà che a 6.300 giri l’erogazione non è coerente, o che l’interasse è troppo lungo per quel tipo di telaio, ignorando completamente il fatto che tu, in quel momento, non sapevi nemmeno a quanti giri stessi andando perché eri troppo impegnato a goderti il panorama o la scarica di adrenalina.

Per il Professore Tecnico la moto non è una passione viscerale, è una serie di dati oggettivi. Non dirà mai “mi piace”, ma userà termini come “oggettivamente valida”, come se stesse recensendo una lavatrice di ultima generazione invece di un mezzo che dovrebbe farti battere il cuore.

Conosce a memoria il peso a secco, la curva di coppia e il rapporto finale, ha visto più video comparative lui di quante ne siano mai state prodotte nella storia del giornalismo motoristico.

Spesso però, dietro tutta questa valanga di nozioni, si nasconde una sottile paura di lasciarsi andare: i numeri sono difendibili, l’emozione no. Se sbaglia l’acquisto di una moto, per lui non è solo un errore logistico, è un fallimento d’identità, e allora si rifugia nei forum e nei grafici come se stesse preparando un esame universitario. Il problema? Spesso ha 12.000 km di teoria e solo 3.000 di pratica.

Il Fanboy: quando il marchio diventa religione

Subito dopo troviamo il Fanboy, quello che non guida semplicemente un mezzo meccanico, ma porta avanti un’opera di evangelizzazione. Se ha scelto BMW, ti parlerà dell’evoluzione tecnica del boxer come se fosse la scoperta del fuoco; se guida Ducati, ogni singola accensione del motore è un’esperienza mistica che rasenta il religioso.

Per lui non esiste un mercato libero, esiste solo “la Famiglia”. Se provi a dire che stai pensando di cambiare marchio, cala un silenzio pesante nell’aria: hai appena tradito un patto di sangue.

La cosa affascinante del Fanboy è la sua capacità di trasformare i difetti in pregi leggendari.

La moto vibra così tanto da svitargli le otturazioni, lui la chiama “carattere”.

Consuma come una petroliera, è “potenza”.

Se costa quanto un piccolo bilocale in centro, è “qualità”.

E se per caso lo vedi fermo a bordo strada perché si è rotto qualcosa? Non è un guasto, è una “tradizione”. Ammettere che esista qualcosa di meglio altrove significherebbe accettare di aver fatto una scelta potenzialmente sbagliata, e questo lo destabilizzerebbe troppo.

Quindi, meglio difendere il marchio a spada tratta, anche a costo di dire che l’olio che perde serve per farci i panzarotti.

Il Ghost Rider: la gara invisibile

Poi c’è lui, il Ghost Rider, quello che vedi alla partenza e poi ritrovi direttamente al traguardo (o al bar). Si parte insieme, il gruppo è compatto, si scherza negli interfoni e sembra l’inizio di una bella giornata di condivisione. Ma basta che la strada si apra in un rettilineo o che compaia la prima serie di curve serie, e lui cambia. Abbassa la testa, si mette in carena, dà gas e sparisce in una nuvola di polvere e decibel.

Lo ritrovi mezz’ora dopo, già senza casco, con la tuta sfilata e l’acqua finita, che ti guarda con aria di sfida dicendo: “Sono andato del mio passo”.

Il Ghost Rider non sta facendo un giro panoramico, sta correndo una gara invisibile contro avversari immaginari o, molto più spesso, contro se stesso. Ha bisogno di dimostrare qualcosa, di far vedere che è il più veloce, il più tecnico, il più “pilota” del gruppo.

Spesso però quella non è libertà, è un’ansia travestita da adrenalina. Vuole condividere l’uscita con gli amici, ma non è capace di condividere la strada, perché per lui ogni metro di asfalto è una competizione da vincere.

Il Turista Lento: l’esteta del paesaggio

All’estremo opposto troviamo il Turista Lento, quello che dopo nemmeno 100 km si ferma e ti chiede: “Ragazzi, avete visto che luce incredibile c’era su quella collina?”. E tu, che eri concentrato sulla traiettoria della curva, vorresti rispondergli che l’unica cosa che hai visto è lui che si fermava per la quarta volta a fare una foto.

Se programmi un giro da 300 km con un Turista Lento, sappi che nella realtà ne farete forse 120, ma in compenso avrete nel rullino fotografico la foto di ogni singola mucca incontrata sul percorso.

Lui è l’unico che sa dirti il nome del paesino sperduto in cui vi siete fermati, l’unico che si ferma a parlare col barista per farsi raccontare la storia del posto e l’unico che torna a casa non con un tempo sul giro, ma con una storia da raccontare. Forse è l’unico che ha capito davvero che la moto è presenza e non solo movimento.

Non sa quanto ha piegato o a che velocità è entrato in curva, ma sa esattamente che profumo aveva l’aria alle 18:42 mentre il sole scendeva dietro le montagne.

Il Nostalgico: il passato era sempre meglio

Infine, non può mancare il Nostalgico, quello per cui le moto “di una volta” erano le uniche vere moto. Non importa quanto sia sicura o prestazionale la tua nuova moto: per lui c’è troppa elettronica, l’ABS è una roba pericolosissima e il controllo di trazione toglie il gusto della guida (salvo poi attivarlo segretamente non appena cadono due gocce di pioggia).

Il Nostalgico in realtà non rimpiange solo i carburatori o il fumo del due tempi, rimpiange se stesso. Rimpiange l’emozione della prima uscita, quella sensazione di libertà assoluta che provi quando sei giovane e il mondo sembra tuo.

Il problema non è la tecnologia, è che la prima emozione, quella pura e ingenua, non torna più. Allora è più facile dare la colpa alle moto moderne che ammettere che, forse, non siamo più quelli di una volta.

Il motociclista “Bonus”: quello che non guida più

C’è poi un sesto tipo, un personaggio che tutti conosciamo ma che non incontriamo mai per strada. È quello che ha venduto la moto o l’ha lasciata in garage sotto un telo impolverato.

Ti dirà che non ha più tempo, che le strade sono diventate troppo pericolose o che ora ha altre priorità nella vita. E magari è tutto vero, ma lo riconosci perché, quando sente passare una moto per strada, alza ancora lo sguardo e gli occhi gli brillano di una luce diversa.

Non ha perso la passione, ha solo perso “il permesso” di viverla, sommerso dalle responsabilità o dai cambiamenti della vita. Ma la verità è che non si smette di essere motociclisti perché non ci piace più, si smette perché cambia la versione di noi che la viveva.

Eppure, se hai amato davvero la moto anche solo per un giorno, resti un motociclista per sempre, anche se nessuno ti vede più in sella.

Il mio pensiero in merito

Alla fine di questa carrellata, la verità è che queste categorie sono solo delle etichette fluide. Non esistono davvero 5 o 6 tipi di motociclisti, esiste una persona che attraversa momenti diversi della vita e usa la moto per motivi diversi: per scappare, per respirare, per dimostrare qualcosa o semplicemente per ricordarsi chi è.

Io stesso, se devo essere sincero, in questo periodo mi sento molto Turista Lento. Preferisco sentire l’odore del sottobosco e fermarmi ad ammirare un paesaggio che toglie il fiato piuttosto che correre come un pazzo.

Certo, ogni tanto il Ghost Rider che è in me si sveglia, do una manata di gas e provo a seminare gli altri (anche se a volte mi caco addosso), ma fa parte del gioco.

La moto non è un semplice mezzo di trasporto, è uno specchio che amplifica ciò che siamo: ti esalta quando sei vivo, ti calma quando sei confuso e ti manca da morire quando non l’hai più. Quindi, non importa in quale di queste categorie ti ritrovi oggi.

L’unica cosa che conta è che, quando abbassi quella visiera, tu senta ancora quel micro-secondo di silenzio magico prima di partire.

E tu, in quale di questi personaggi ti riconosci? Scrivimelo nei commenti, confrontiamoci e facciamo due chiacchiere su questa nostra splendida passione!.

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Voonexio

Appassionato di moto, di viaggi e di video editing, ho deciso quindi di iniziare ad unire insieme queste miei passioni e registrare i miei giri in moto, iniziando a pubblicare su YouTube come motovlogger.

Ho conseguito la patente A3 in tarda età e prima della patente non avevo mai guidato neanche uno scooter, ma la passione è passione e quindi...

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