Parliamoci chiaro: nel mondo delle moto ci sono argomenti pericolosi. Pericolosissimi. Più pericolosi di entrare in un gruppo Facebook e chiedere quali gomme montare. Più delicati di dire a uno con una maxi enduro nuova di zecca che, forse, parcheggiarla davanti al bar non è esattamente “fare adventure”. Più rischiosi di dire a un motociclista che la sua moto, tutto sommato, non è poi così speciale.
Ecco, oggi entriamo proprio in quel territorio minato. Oggi parliamo dei fanboy moto. Quelli veri. Quelli che dicono “no, no, io sono obiettivo”, ma poi se tocchi il marchio della loro moto diventano più aggressivi di un gruppo di ultras al derby. Gli puoi dire che il casco è brutto, che la giacca sembra comprata al reparto ferramenta, che le gomme sono quadrate, che in curva sembra un frigorifero con le ruote. Magari ridono pure. Ma se osi dire qualcosa sul brand che hanno sul serbatoio, lì finisce l’amicizia.
Perché ogni motociclista, anche quello più tranquillo, anche quello più pacato, anche quello che si definisce “razionale”, sotto sotto ha un marchio che difende come se fosse parte della famiglia. C’è chi lo fa apertamente, con adesivi, felpe, cappellini, portachiavi, tazze, cover del telefono e magari anche il pigiama coordinato. E c’è chi invece lo fa in maniera più subdola, fingendo distacco, ma piazzando la solita frase al momento giusto: “Sì, bella quella moto… però la mia…”
E da lì parte tutto.
Perché nel mondo motociclistico non compriamo solo mezzi di trasporto. Compriamo idee. Compriamo emozioni. Compriamo appartenenza. Compriamo un certo modo di vedere la strada, la domenica mattina, il bar, le curve, il rumore del motore, il tagliando, il portafoglio che piange e perfino le discussioni infinite nei commenti. Ogni marchio si porta dietro una filosofia, una reputazione, una serie di luoghi comuni e, diciamolo, anche tante verità scomode.
E quindi oggi voglio fare proprio questo: prendere un po’ in giro, con affetto ma anche senza troppa diplomazia, i cinque tipi di fanboy moto che conosciamo tutti. Ducati, Honda, Yamaha, Kawasaki e Suzuki. Cinque mondi diversi. Cinque religioni. Cinque modi completamente diversi di giustificare la propria scelta e, soprattutto, di spiegare agli altri perché hanno sbagliato tutto.
Ovviamente si scherza. Lo dico subito, così magari evitiamo qualche guerra nei commenti. Nessuno deve offendersi. Anche perché, se ti offendi, probabilmente sei esattamente il tipo di motociclista di cui sto parlando. E lo sai anche tu.
Perché diventiamo fanboy di un marchio moto?
Prima di partire con le varie “razze”, perché sì, oggi le chiamiamo così, bisogna capire una cosa: il fanboy motociclistico non nasce per caso. Non è che uno si sveglia una mattina, guarda il logo sul serbatoio e decide: “Da oggi difenderò questa casa motociclistica anche davanti all’evidenza”. O meglio, a volte succede anche così, però dietro c’è qualcosa di più profondo.
La moto è un oggetto strano. Da fuori può sembrare semplicemente un mezzo: due ruote, un motore, un telaio, una sella e un manubrio. Ma chi va in moto sa benissimo che non è così. La moto non è mai solo una scheda tecnica. Non è mai solo cavalli, coppia, cilindrata, peso, elettronica, consumi e prezzo. La moto è una cosa molto più personale. È un’estensione del proprio carattere, o almeno così ci piace raccontarcela.
Quando scegli una moto, in qualche modo stai dicendo qualcosa di te. Se scegli una sportiva estrema, stai comunicando una certa idea. Se scegli una touring comoda, ne comunichi un’altra. Se scegli una naked cattiva, un’altra ancora. Se scegli una maxi enduro con borse laterali, faretti, paramotore e gomme tassellate, anche se poi il massimo sterrato che fai è il parcheggio del ristorante, stai comunque raccontando qualcosa.
Link Sponsorizzato
E i marchi giocano tantissimo su questo. Ducati non vende solo moto: vende passione, italianità, carattere, racing, emozione. Honda non vende solo moto: vende affidabilità, sicurezza, sostanza, tranquillità mentale. Yamaha vende equilibrio, versatilità, quel compromesso intelligente che ti fa sentire furbo. Kawasaki vende cattiveria, verde acido, cavalli, aggressività, la sensazione di avere una Ninja nel cuore anche quando stai andando a comprare il pane. Suzuki vende concretezza, rapporto qualità-prezzo, sostanza, quel “poi però su strada va bene” che sembra una frase semplice, ma dentro contiene un mondo.
Il problema è che quando spendiamo soldi, tanti soldi, per una moto, poi sentiamo il bisogno di difendere quella scelta. Non basta dire “mi piaceva, l’ho comprata”. No. Dobbiamo dimostrare che abbiamo fatto la scelta giusta. La migliore. La più intelligente. La più passionale. La più affidabile. La più cattiva. La più equilibrata. La più sottovalutata.
E così, piano piano, da motociclisti diventiamo avvocati difensori del nostro marchio. Senza stipendio, senza contratto, senza tredicesima. Ufficio stampa gratuito, ma con casco integrale e guanti in pelle.
Il ducatista: non compra una moto, sceglie una missione di vita
Partiamo da lui. Il ducatista. Figura mitologica del motociclismo italiano. Il ducatista non compra una moto. No, attenzione. Il ducatista “sceglie Ducati”. Lo dice proprio così, con quel tono un po’ mistico, come se non fosse entrato in concessionaria, ma fosse stato chiamato da una forza superiore mentre dormiva.
Lui non dice: “Ho preso una Ducati”. Troppo banale. Troppo da essere umano normale. Lui dice: “Ho scelto Ducati”. Come se Bologna gli avesse mandato una visione notturna. Come se il Desmo gli avesse parlato in sogno. Come se una voce gli avesse sussurrato: “Figliolo, è arrivato il momento. Vai, firma il finanziamento e preparati a sentire il calore sulla gamba destra”.
Il ducatista vive la moto come un’esperienza spirituale. Quando accende il motore non sente semplicemente un bicilindrico, un V4, una frizione, uno scarico. Lui sente l’Italia. Sente la passione. Sente la storia. Sente la MotoGP. Sente il rosso. Sente Bologna. Sente il meccanico che, da qualche parte, già sorride.
E soprattutto sente il portafoglio che inizia a tremare.
Però lui è felice. Anzi, più costa, più è felice. Perché nella testa del ducatista il costo non è mai davvero un problema. È selezione naturale. È appartenenza. È “se vuoi la passione, la passione si paga”. Che poi, detta così, sembra anche una frase profonda. In realtà è semplicemente un modo elegante per giustificare un tagliando che ti fa venire voglia di andare a vivere in tenda.
La cosa meravigliosa del ducatista è la sua capacità poetica. Lui riesce a trasformare ogni difetto in una caratteristica emozionale. Una Ducati non scalda: ti trasmette calore umano. Non vibra: comunica. Non costa troppo: ha valore. Non fa rumori strani: ha anima meccanica. Non è scomoda: è racing. Non consuma: vive intensamente. Non ti cuoce una coscia dopo mezz’ora nel traffico: ti ricorda che sei vivo.
E questa cosa, bisogna ammetterlo, ha anche un suo fascino. Perché il ducatista non sta semplicemente guidando una moto. Sta partecipando a una narrazione. Ogni uscita è un evento. Ogni accensione è un piccolo rito. Ogni sosta al bar è una passerella. Ogni curva è un’occasione per sentirsi un po’ pilota, anche se magari sta andando a comprare le mozzarelle.
Il ducatista ama raccontare. Basta pochissimo. Tu magari sei lì al bar, lo vedi arrivare, parcheggia la moto leggermente di traverso, perché deve vedersi bene il monobraccio, il serbatoio, il logo, lo scarico, il codino, l’anima, il DNA racing e possibilmente anche il riflesso del sole sul rosso Ducati. Scende lentamente, come in una scena cinematografica. Toglie i guanti. Appoggia il casco. Si guarda intorno. Aspetta.
Aspetta solo che qualcuno dica: “Bella, è tua?”
Fine. Da quel momento non lo fermi più.
Ti spiega il telaio. Ti spiega il Desmo. Ti spiega perché quella frizione ha un senso anche se fa un rumore che, su un’altra moto, ti avrebbe fatto chiamare il carro attrezzi. Ti spiega il monobraccio. Ti spiega il legame con la MotoGP. Ti spiega perché Ducati è Ducati. Tu volevi solo passare per prendere il caffè, ma ormai sei dentro una conferenza stampa.
E attenzione, il ducatista non è necessariamente antipatico. Anzi, spesso è uno dei più appassionati, uno di quelli che la moto la sente davvero. Il problema è che a volte la sente talmente tanto da non riuscire più a vedere la realtà. Perché se una giapponese ha un problema, allora “eh, vedi, sono moto senz’anima”. Se una Ducati ha un problema, invece, “fa parte dell’esperienza”.
Capite la differenza? È tutta lì.
La stessa cosa vale per la comodità. Se una Honda è scomoda, è una moto progettata male. Se una Ducati è scomoda, è perché è nata per la pista. Anche se magari è una crossover da viaggio. Ma non importa. Racing. Sempre racing. È la parola magica che salva tutto.
Link Sponsorizzato
E poi c’è l’argomento supremo: la passione. Il ducatista può giustificare qualunque cosa con quella parola. “Eh, però scalda.” Passione. “Eh, però il tagliando costa.” Passione. “Eh, però in città è impegnativa.” Passione. “Eh, però il passeggero dopo dieci minuti ti odia.” Passione anche quella. “Eh, però hai venduto un rene per comprarla.” Sì, ma con passione.
E in fondo, diciamolo, un po’ lo invidiamo. Perché il ducatista vive la moto con un’intensità che molti altri marchi si sognano. Magari esagera, magari teatralizza tutto, magari ogni tanto sembra più innamorato del logo che della strada, però quella scintilla negli occhi quando parla della sua moto è vera.
Il problema nasce quando quella passione diventa superiorità morale. Quando non basta più dire “amo Ducati”. No, bisogna aggiungere “le altre moto non hanno anima”. E lì, caro ducatista, dobbiamo fermarci un attimo. Perché va bene il Desmo, va bene Bologna, va bene il rosso, va bene la MotoGP, va bene tutto. Ma dire che una moto senza marchio Ducati non abbia emozione è un po’ come dire che se non bevi il caffè in tazzina di porcellana allora non stai vivendo davvero. Calma.
La verità è che Ducati ha un fascino enorme. Questo è indiscutibile. Ma non è l’unico modo di vivere la moto. È uno dei modi. Bello, intenso, passionale, rumoroso, caldo, costoso, scenografico. Ma uno dei modi. E se il ducatista riuscisse ogni tanto ad ammettere che anche altre moto possono far sorridere dentro al casco, sarebbe quasi perfetto.
Quasi, perché poi dovrebbe comunque spiegarti il Desmo.
L’hondista: lui non cerca emozioni, cerca di tornare a casa
Dall’altra parte del ring troviamo l’hondista. E qui cambiamo completamente atmosfera. Se il ducatista vive la moto come un’opera lirica, l’hondista la vive come un contratto di fiducia a tempo indeterminato. Il ducatista vuole l’emozione, il carattere, il battito, la teatralità. L’hondista vuole una cosa molto più semplice: premere il pulsante e partire. Sempre. Anche dopo tre mesi ferma in garage. Anche dopo una settimana di pioggia. Anche dopo un tagliando dimenticato. Anche dopo l’apocalisse zombie.
Secondo l’hondista, quando sulla Terra non ci sarà più nessuno, resteranno solo tre cose: gli scarafaggi, le tasse e una Honda Transalp che parte al primo colpo.
L’hondista è quello che, quando gli racconti un problema meccanico, ti guarda con pietà. Non ti giudica apertamente, perché lui è elegante. Però dentro di sé ha già emesso la sentenza. Tu dici: “Mi si è accesa una spia”. Lui annuisce, ma pensa: “Dovevi prendere Honda”. Tu dici: “Ho avuto un problema alla centralina”. Lui ti guarda serio, ma dentro: “Dovevi prendere Honda”. Tu dici: “Ho chiamato il carro attrezzi”. Lui magari ti mette pure una mano sulla spalla, ti consola, ti dice “capita”, ma nel frattempo sta già configurando mentalmente un’Africa Twin per te.
Per l’hondista Honda non è una marca. È una garanzia divina. È l’equivalente motociclistico del “non ti preoccupare, ci penso io”. Nella sua testa, una Honda non si rompe. E se si rompe, attenzione, non è colpa di Honda. È colpa tua. Hai sbagliato olio. Hai sbagliato benzina. Hai sbagliato manutenzione. Hai sbagliato pianeta. Probabilmente hai respirato vicino alla moto in maniera non conforme alle specifiche giapponesi.
L’hondista ha una fiducia quasi religiosa nell’ingegneria Honda. Immagina ingegneri giapponesi in camice bianco che controllano ogni vite con un microscopio, poi la benedicono, poi la controllano di nuovo, poi chiedono scusa alla vite per averla disturbata. E da questa immagine mentale nasce la sua serenità.
Perché l’hondista è sereno. È questa la cosa che dà più fastidio agli altri. Il ducatista è passionale, il kawasakista è aggressivo, lo yamahista argomenta, il suzukista fa i conti. L’hondista invece è lì, tranquillo, con quella faccia da “io torno a casa”. E spesso, purtroppo per noi, torna davvero a casa.
Non cerca la moto più estrema. Non cerca quella che fa più rumore. Non cerca quella che al bar fa girare tutti. Cerca una moto che faccia quello che deve fare, senza drammi. Premi il pulsante e lei fa: “Ok, andiamo”. Fine. Niente rituali, niente ansia, niente interpretazioni sonore, niente “secondo me è normale”, niente messaggi vocali del meccanico da tre minuti.
Per l’hondista la moto deve essere una compagna affidabile. Una di quelle che magari non ti manda in estasi ogni volta che la guardi, ma che quando devi fare chilometri, magari sotto l’acqua, magari carico, magari lontano da casa, ti fa dire: “Va bene, con lei ci arrivo”. E questa cosa, bisogna ammetterlo, ha un valore enorme.
Il problema è che l’hondista a volte trasforma l’affidabilità in una clava morale. Non basta dire “Honda è affidabile”. No. Bisogna far capire agli altri che loro, scegliendo altro, hanno deliberatamente scelto l’ansia. Come se il motociclismo fosse una battaglia tra persone responsabili, cioè gli hondisti, e persone emotivamente instabili, cioè tutti gli altri.
Tu magari gli dici: “Sì, però quella moto mi emoziona”. Lui ti risponde: “Sì, ma quando sei fermo sul ciglio della strada l’emozione passa”. Colpo basso. Difficile replicare. Puoi parlare di carattere, di sound, di anima, di estetica, ma lui ti riporta sempre lì: “Sì, ma parte sempre”. Fine del discorso.
L’hondista è anche quello che tende a vedere la moto come uno strumento perfetto. Non deve necessariamente stupirti. Deve funzionare. Deve essere costruita bene. Deve invecchiare bene. Deve portarti al lavoro, al mare, in montagna, in viaggio, al bar, in mezzo al traffico, fuori città, magari anche in capo al mondo, senza farti venire l’ulcera.
E attenzione: questa filosofia non è sbagliata. Anzi, è probabilmente una delle più intelligenti. Perché quando inizi a usare davvero la moto, quando non la vivi solo come oggetto da guardare ma come mezzo per fare strada, l’affidabilità diventa una forma di lusso. Un lusso silenzioso, meno appariscente di uno scarico racing, meno sexy di un monobraccio, meno scenografico di un verde Kawasaki, ma tremendamente importante.
Il punto è che l’hondista, ogni tanto, dovrebbe concedersi il diritto di ammettere che anche lui, sotto sotto, vorrebbe un po’ di follia. Perché va bene tornare sempre a casa, ma a volte uno vuole anche uscire di casa con un sorriso un po’ stupido stampato in faccia. E non perché la moto è perfetta, ma perché è viva, ruvida, particolare, magari anche un po’ difettosa.
Certo, se lo dici a un hondista, lui ti risponde: “Sì, poi però quando devi fare 800 km sotto la pioggia ne riparliamo”. E forse ha ragione. Che è la cosa più fastidiosa.
Link Sponsorizzato
Perché il fanboy Honda è così: non urla, non fa casino, non deve dimostrare niente. Ti guarda con quella calma zen e ti lascia consumare nella tua ansia da spia motore. Lui intanto gira la chiave, parte e va. Magari non farà girare tutti al bar, ma quando il giro si allunga, quando la strada diventa seria, quando la giornata si complica, lui è quello che sorride sotto al casco e pensa: “Ve l’avevo detto”.
E probabilmente non lo dice ad alta voce solo perché Honda gli ha insegnato l’affidabilità, ma anche una certa compostezza.
Lo yamahista: il sacerdote del giusto compromesso
Poi arriviamo allo yamahista. E qui, lo ammetto, mi tocca stare attento, perché ci sono dentro anche io. Quindi parlerò con la massima obiettività possibile. Che, tradotto, significa che proverò a non difendere Yamaha ogni tre righe, ma non garantisco niente.
Lo yamahista è quello dell’equilibrio. Sempre. Per lui Yamaha è la risposta sensata a qualsiasi domanda. Vuoi una naked? MT. Vuoi viaggiare comodo? Tracer. Vuoi fare sterrato? Ténéré. Vuoi una sportiva? R1, R6, o quello che la nostalgia ti permette ancora di nominare senza piangere. Vuoi risolvere una crisi esistenziale? CP3.
Il CP3, per lo yamahista, non è un motore. È una filosofia di vita. Non è semplicemente un tre cilindri. È l’equilibrio cosmico tra divertimento, coppia, sound, usabilità, cattiveria giusta, consumi accettabili e quella sensazione di avere sempre una risposta pronta al polso destro. Lo yamahista parla del CP3 come se fosse stato trovato in un monastero tibetano, inciso su una pietra sacra: “Coppia ai bassi, allungo sufficiente, carattere, ma senza esagerare”.
Tradotto: per lui è il motore perfetto.
Lo yamahista si sente furbo. Questa è la sua caratteristica principale. Nella sua testa Yamaha è quella che ti dà un po’ di tutto. Un po’ di affidabilità giapponese, un po’ di carattere, un po’ di sportività, un po’ di comodità, un po’ di prezzo ragionevole, un po’ di cattiveria, un po’ di estetica particolare, un po’ di tutto. Il famoso “giusto compromesso”.
E questa frase lo yamahista la ama. La usa tantissimo. “È il giusto compromesso.” “È equilibrata.” “È polivalente.” “È divertente ma non estrema.” “È comoda ma non un divano.” “È sportiva ma ci viaggi.” “È cattiva ma gestibile.” Praticamente ogni Yamaha, secondo lui, è la risposta al senso della vita.
Se gli dici che vuoi una Ducati, ti dice: “Bella, però con Yamaha spendi meno e ti diverti uguale”. Se gli dici che vuoi una Honda, ti dice: “Sì, però Yamaha ha più carattere”. Se gli dici che vuoi una Kawasaki, ti dice: “Sì, però Yamaha è meno ignorante”. Se gli dici che vuoi una Suzuki, ti dice: “Sì, però Yamaha ha più appeal”. Lo yamahista sembra diplomatico, ma alla fine ti sta dicendo sempre la stessa cosa: dovresti comprare Yamaha.
Solo che lo fa con il tono pacato di chi pensa di essere razionale. E questa è la cosa più pericolosa.
Perché il ducatista almeno lo sai: è in piena modalità passione, non prova neanche a nasconderlo. Il kawasakista vuole cavalli e cattiveria, punto. Il suzukista ti farà un foglio Excel mentale. L’hondista ti parlerà di affidabilità. Lo yamahista invece arriva con l’aria di quello che ha valutato tutto, ha pesato ogni elemento, ha fatto un’analisi oggettiva e alla fine, guarda caso, ha scoperto che Yamaha è la scelta migliore.
Che coincidenza.
Poi c’è il lato estetico Yamaha. E qui dobbiamo dirlo: ogni tanto Yamaha tira fuori frontali che sembrano usciti da un videogioco cyberpunk, da un manga futuristico o da un sogno agitato di un designer che aveva bevuto troppi caffè. E lo yamahista parte subito con la difesa automatica: “Dal vivo rende di più”.
Frase meravigliosa. “Dal vivo rende di più” è la frase di chi ha comprato una moto con un faro difficile da spiegare. “È particolare.” “È futuristica.” “È diversa.” “Le foto non le fanno giustizia.” No, amico mio, forse le foto le fanno benissimo. Sei tu che ormai hai firmato il finanziamento e devi sopravvivere psicologicamente alla scelta.
Lo dico con affetto, perché ci sono passato anch’io. A volte guardi una Yamaha e la prima reazione è: “Mah”. Poi la guardi ancora. Poi la guardi dal vivo. Poi la provi. Poi ti convinci che in realtà è bellissima. Poi inizi a dire agli altri: “Devi vederla dal vivo”. Ed eccoti lì. Sei dentro. Non te ne sei accorto, ma sei diventato uno yamahista.
Anche lo yamahista, come il ducatista, ha la grande capacità di trasformare i difetti in caratteristiche. La sella è dura? È sportiva. Il cupolino è basso? Così senti meglio l’aria. Le sospensioni sono migliorabili? Basta regolarle. Il cambio è un po’ secco? È diretto. Il sound originale è educato? Con uno scarico cambia tutto. E infatti, tempo due settimane, lo scarico è già nel carrello. Ma non per fare casino, attenzione. No. Per “sentire meglio il motore”.
Classica frase da yamahista colpevole.
Lo yamahista vive in un equilibrio costante tra razionalità e voglia di divertirsi. Non vuole una moto troppo estrema, perché poi “su strada non ha senso”. Non vuole una moto troppo tranquilla, perché poi “manca carattere”. Non vuole una moto troppo costosa, perché poi “non vale la pena”. Non vuole una moto troppo economica, perché poi “si sente”. Vuole quella via di mezzo dove può sentirsi intelligente, appassionato e un po’ sportivo, tutto insieme.
E in effetti Yamaha spesso riesce davvero a costruire moto con questa identità. Moto che magari non sono le più esclusive, non sono le più lussuose, non sono le più folli, ma riescono a farti divertire tanto senza farti sentire completamente fuori posto nella vita reale. È questo che lo yamahista ama: la sensazione di avere una moto che può fare quasi tutto, magari non perfettamente, ma abbastanza bene da farti dire: “Alla fine ho scelto bene”.
Il problema è quando questa idea del compromesso perfetto diventa una specie di verità universale. Perché non tutti cercano il compromesso. C’è chi vuole l’esagerazione. C’è chi vuole la tranquillità assoluta. C’è chi vuole l’oggetto iconico. C’è chi vuole il prezzo migliore. C’è chi vuole il verde fluo e la sensazione di avere una moto arrabbiata anche da spenta. E va bene così.
Lo yamahista dovrebbe ricordarselo ogni tanto. Il “giusto compromesso” è giusto per te, non per l’umanità intera. Anche perché, se ci pensiamo, il concetto stesso di compromesso cambia da persona a persona. Per uno può essere una Tracer, per un altro una Multistrada, per un altro una Africa Twin, per un altro una V-Strom, per un altro una Z900 con uno zaino legato male sulla sella passeggero.
Eppure, nonostante tutto, lo yamahista resta uno dei fanboy più difficili da smontare. Perché ha sempre una risposta pronta. Non si arrabbia subito, non parte con la teatralità ducatista, non ti guarda con la pietà hondista. Ti ascolta. Annuisce. Poi trova il modo di riportare tutto a Yamaha.
È quasi un talento.
Il kawasakista: verde, cattivo e con una Ninja nel cuore
E poi arriva lui. Il kawasakista. Qui cambia proprio l’energia. Non siamo più nel mondo della passione italiana, dell’affidabilità giapponese zen o del compromesso intelligente. Qui siamo nel regno della cattiveria. Quella buona, quella sana, quella un po’ ignorante ma con il sorriso. Il kawasakista vuole una cosa sola: che la moto sembri arrabbiata anche da spenta.
La Kawasaki, per il suo fanboy, deve avere un frontale che non ti saluta: ti minaccia. Deve avere una linea aggressiva. Deve avere un nome che suoni come qualcosa che potrebbe tagliare l’aria. Deve possibilmente essere verde. Non un verde qualunque. Il verde Kawasaki. Quel verde lì non è un colore. È una dichiarazione di guerra.
Il kawasakista non vuole passare inosservato. Lui vuole arrivare e far pensare alla gente: “Questo va forte”. Poi magari non va forte davvero, magari va al bar, magari fa casa-lavoro, magari la domenica mattina si fa il giro tranquillo e torna per pranzo perché c’è la lasagna. Ma l’immaginario deve essere quello. La moto deve comunicare: “Io potrei fare cose molto scorrette, ma oggi mi trattengo”.
Kawasaki, nella testa del fanboy, è il brand dell’ignoranza. Ma non ignoranza brutta. Ignoranza motociclistica. Quella sensazione da ragazzino che guardava una Ninja e pensava: “Un giorno sarò grande e avrò quella”. Poi diventi grande, hai mal di schiena, paghi l’assicurazione, lavori otto ore al giorno, hai la cervicale, devi pensare al mutuo, alle bollette, alla spesa, ma dentro di te vuoi ancora la Ninja.
E questa è una cosa bellissima.
Il kawasakista ha sempre una Ninja nel cuore. Anche se guida una Z. Anche se guida una Versys. Anche se guida una moto tranquilla. Anche se, per motivi di vita, si è comprato qualcosa di più comodo e razionale. Dentro di lui c’è sempre una Ninja verde che urla. È il suo animale guida.
Quando parla di moto usa parole precise: cattiva, brutale, aggressiva, ignorante, spinge, fa paura, ha carattere, apre, tira, urla. Puoi provare a parlargli di comfort, di consumi, di protezione aerodinamica, di elettronica, di posizione di guida, di capacità di carico. Lui ti ascolta, magari anche con educazione. Poi ti chiede: “Sì, ma quanti cavalli ha?”
Perché per il kawasakista i cavalli contano. Magari non li userà mai tutti. Magari non gli servono. Magari su strada sarebbe meglio avere più equilibrio, più coppia ai bassi, più comfort, più tutto. Ma il numero dei cavalli è una cosa psicologica. È come avere una katana in salotto. Non ti serve davvero, ma ti fa sentire pronto.
Link Sponsorizzato
E questa cosa si vede anche nel modo in cui vive la moto. Il kawasakista non vuole una moto troppo raffinata. Non vuole una moto troppo elegante. Non vuole una moto troppo perfettina. Deve avere quel qualcosa che ti dice: “Dai, apri. Dai gas. Non fare il timido”. Deve avere un po’ di anima ribelle. Un po’ di arroganza. Un po’ di rumore mentale.
Poi, sia chiaro, Kawasaki fa anche moto molto sensate, comode, turistiche, affidabili, utilizzabili. Ma il fanboy Kawasaki riesce comunque a trovare il lato cattivo anche lì. Una Versys? Sì, ma ha sempre sangue verde. Una naked media? Sì, ma è ignorante il giusto. Una moto più tranquilla? Sì, ma con uno scarico cambia. Sempre lì torniamo.
Il kawasakista, quando parcheggia, vuole che la moto sembri pronta a mordere qualcuno. Non deve essere graziosa. Non deve essere elegante. Deve essere aggressiva. È il tipo di motociclista che, se vede un faro appuntito, un codino alto, due linee tese e una colorazione verde-nera, inizia a sorridere come un bambino davanti alle giostre.
E c’è anche un aspetto nostalgico fortissimo. Per tanti motociclisti, Kawasaki significa Ninja. Significa poster. Significa videogiochi. Significa riviste. Significa quel periodo della vita in cui guardavi le sportive come se fossero astronavi. Per questo il kawasakista si porta dietro un immaginario potentissimo. Non sta solo comprando una moto. Sta cercando di rimanere in contatto con quel ragazzino che sognava una sportiva verde.
Il problema è che a volte questa voglia di cattiveria diventa un po’ una posa. Perché va benissimo amare le moto aggressive, ma non tutto deve essere per forza “brutale”. Non ogni uscita deve sembrare la partenza di una gara clandestina. Non ogni manopola del gas deve essere trattata come un detonatore. Non ogni confronto deve finire con “sì, ma la mia spinge di più”.
E soprattutto, caro kawasakista, possiamo dirlo? Ogni tanto anche tu vai piano. Ed è normale. Non succede niente. Puoi dirlo. Non perdi il diritto al verde Kawasaki. Puoi anche ammettere che la usi per andare al bar, per fare un giro tranquillo, per goderti la strada senza per forza evocare una scena da film d’azione. La moto resta cattiva anche se tu stai andando a prendere un cornetto.
Anzi, forse è proprio questo il bello del kawasakista: vive la moto come una piccola evasione dalla normalità. Magari tutta la settimana è una persona tranquilla, razionale, educata, puntuale. Poi nel weekend mette il casco, accende la sua Kawasaki e per qualche ora sente di avere ancora un po’ di sana follia addosso. E in fondo lo capisco.
Perché tutti abbiamo bisogno, ogni tanto, di una moto che ci faccia sentire un po’ meno impiegati e un po’ più protagonisti di un poster degli anni 2000.
Il suzukista: sottovalutato, concreto e con il preventivo migliore
E poi c’è il suzukista. Il più sottovalutato di tutti. E lui lo sa. Anzi, ci tiene a dirtelo. Se esiste una frase ufficiale del fanboy Suzuki è questa: “Suzuki è sottovalutata”. La può infilare in qualsiasi discorso. Stai parlando di sportive? Suzuki è sottovalutata. Stai parlando di crossover? Suzuki è sottovalutata. Stai parlando di viaggi? Suzuki è sottovalutata. Stai parlando del meteo? Sì, ma comunque Suzuki è sottovalutata.
Il suzukista non cerca il brand più figo. Non cerca il logo da esibire al bar. Non cerca la moto che fa girare tutti quando arrivi. Cerca sostanza. Cerca concretezza. Cerca, soprattutto, rapporto qualità-prezzo.
Il rapporto qualità-prezzo, per il suzukista, è una religione. Il ducatista ha la passione. L’hondista ha l’affidabilità. Lo yamahista ha l’equilibrio. Il kawasakista ha la cattiveria. Il suzukista ha il preventivo migliore. E attenzione: spesso ha anche ragione.
Perché Suzuki magari non ti seduce subito. Non sempre ha il marketing più aggressivo. Non sempre ha il display più scenografico. Non sempre ha la linea più moderna. A volte alcune scelte estetiche sembrano uscite da una riunione fatta di venerdì pomeriggio, quando tutti volevano andare a casa. Però poi la guidi e pensi: “Però cavolo, va bene”.
Ecco. Quel “però va bene” è il mondo Suzuki.
Il suzukista vive lì, in quella soddisfazione tranquilla di chi sa di aver preso una moto concreta. Magari gli altri non la guardano. Magari al bar non fa scena come una Ducati. Magari non comunica aggressività come una Kawasaki. Magari non ha l’aura di affidabilità quasi religiosa di Honda. Magari non ha la narrazione del compromesso perfetto di Yamaha. Però intanto gira, spende meno, si diverte e torna a casa con la sensazione di aver fatto una scelta intelligente.
E questa cosa lo rende pericoloso nelle discussioni. Perché mentre gli altri parlano di anima, di DNA racing, di elettronica, di heritage, di cattiveria, di fascino, lui arriva con una frase semplice: “Sì, ma su strada?”
Boom. Silenzio.
Il suzukista riporta tutto alla strada. Bella la Ducati, ma su strada? Bella la Kawasaki, ma su strada? Bella la Yamaha, ma su strada? Bella la Honda, ma su strada? Lui vuole sapere come va davvero, non quanto fa scena. Vuole capire se frena, se curva, se consuma il giusto, se costa il giusto, se ti porta dove devi andare, se ti fa divertire senza farti vendere un organo. È pragmatico.
O almeno gli piace pensare di esserlo.
Perché poi anche il suzukista, diciamolo, ha le sue contraddizioni. Si definisce sobrio, concreto, razionale. Poi magari ha la moto piena di accessori, cupolino maggiorato, paramotore, faretti, borse laterali, adesivi, supporto telefono, navigatore, protezioni ovunque e un assetto da spedizione in Mongolia, anche se il giro più lungo dell’anno è stato fino all’agriturismo a un’ora da casa. Però lui resta convinto di essere quello sobrio. Gli altri sono fanboy, lui no. Lui ha scelto bene.
Classico.
Il suzukista ha anche una specie di orgoglio da outsider. Sa che il suo marchio non sempre viene considerato “cool” come altri. Sa che spesso, nelle discussioni da bar, Suzuki arriva dopo. Prima si parla di Ducati, poi di BMW, poi di Honda, Yamaha, Kawasaki, poi qualcuno dice: “Ah sì, c’è anche Suzuki”. E lui lì si accende. Perché si sente custode di una verità che gli altri non capiscono.
“Sottovalutata.”
E in parte questa cosa è affascinante. Perché il suzukista non ha bisogno dell’approvazione immediata degli altri. O almeno così dice. In realtà un po’ gli piacerebbe che la gente capisse. Gli piacerebbe che qualcuno dicesse: “Però, questa Suzuki è proprio bella”. Gli piacerebbe che il mondo riconoscesse la sostanza. Ma siccome spesso non succede, lui ha trasformato questa mancanza di attenzione in identità.
Suzuki è per chi capisce. Suzuki è per chi guarda oltre il marketing. Suzuki è per chi non si fa abbagliare dal logo. Suzuki è per chi vuole guidare. Suzuki è per chi sa che, alla fine, i chilometri contano più degli applausi al bar.
Poi c’è la Hayabusa. E qui il discorso cambia. Perché quando si parla di Hayabusa anche il suzukista più tranquillo cambia tono. La Hayabusa è sacra. Puoi dire quello che vuoi su Suzuki, ma non toccare la Hayabusa. Se dici che è brutta, non capisci l’aerodinamica. Se dici che è grossa, è perché è stabile. Se dici che è esagerata, lui ti risponde: “Appunto”.
La Hayabusa è la prova che Suzuki, quando vuole essere folle, sa esserlo. Solo che lo fa con la faccia seria. Non urla come Kawasaki, non si mette in posa come Ducati, non cerca di spiegarsi come Yamaha. Arriva lì, enorme, aerodinamica, assurda, velocissima, e ti dice: “Io sono questa. Accettami”.
E il suzukista la accetta. Anzi, la difende come un monumento nazionale.
Il bello del fanboy Suzuki è che spesso parte da una posizione apparentemente razionale, ma sotto sotto è fanboy come tutti gli altri. Solo che il suo fanatismo è mascherato da buon senso. Non ti dirà mai “Suzuki è superiore perché ha anima”. Ti dirà “Suzuki è superiore perché costa meno e va bene uguale”. Che è una forma diversa di fanboysmo, ma sempre fanboysmo è.
Perché alla fine anche lui vuole convincerti che la sua scelta sia quella più intelligente. Non necessariamente la più passionale, non la più emozionante, non la più appariscente. La più intelligente. E questa, per un certo tipo di motociclista, è una medaglia al valore.
Quando i cinque fanboy si incontrano al bar
Il momento più bello, però, è quando questi cinque si incontrano. Perché lì il motociclismo diventa teatro. Immaginate la scena: domenica mattina, bar pieno di moto, caffè, cornetti, caschi appoggiati sui tavolini, giacche tecniche aperte, guanti buttati sulla sedia, e cinque motociclisti che iniziano a parlare.
Link Sponsorizzato
Il ducatista apre le danze: “Ragazzi, però Ducati ha un’anima diversa”. Lo dice con calma, ma in realtà ha già acceso il fumogeno rosso nella testa.
L’hondista lo guarda e risponde: “Sì, bella, per carità. Però Honda non si rompe”. E già qui il ducatista sente un brivido lungo la schiena, perché per lui ridurre la moto al fatto che “non si rompe” è come giudicare un film solo perché il telecomando funziona.
Lo yamahista entra diplomatico: “Secondo me Yamaha è il giusto equilibrio”. E nessuno glielo aveva chiesto, ma lui doveva dirlo. È più forte di lui. Se non dice “giusto equilibrio” almeno una volta al giorno, gli si spegne il CP3 dentro.
Il kawasakista sbuffa: “Sì, vabbè, ma vuoi mettere la cattiveria?” E mentre lo dice guarda la sua moto come se fosse un drago incatenato.
Il suzukista chiude con la stilettata: “Poi intanto avete speso troppo”.
Fine. Da lì parte la guerra.
Una guerra infinita, senza vincitori, senza pace, senza logica. Solo commenti lunghi, confronti improbabili, schede tecniche tirate fuori a memoria, esperienze personali usate come verità assolute, frasi tipo “un mio amico ce l’aveva e…” che nel mondo moto valgono come prove scientifiche, e soprattutto quel bisogno tipico del motociclista di convincere gli altri che la propria scelta sia quella giusta.
Perché noi siamo fatti così. Non diciamo mai semplicemente: “Mi piace questa moto”. Sarebbe troppo facile. Troppo sano. Troppo maturo. No. Dobbiamo costruire un impianto difensivo. Dobbiamo spiegare perché quella moto ha senso, perché le altre ne hanno meno, perché la nostra scelta è razionale, emotiva, intelligente, passionale, conveniente e possibilmente anche superiore.
Il ducatista ti parlerà di anima. L’hondista di affidabilità. Lo yamahista di equilibrio. Il kawasakista di cavalli. Il suzukista di sostanza. E ognuno sarà convinto di aver detto la cosa definitiva.
Ma la cosa divertente è che, in un certo senso, hanno tutti ragione. E tutti torto.
Hanno ragione perché ogni marchio ha davvero una sua identità. Ducati ha un fascino passionale e sportivo che pochi brand riescono a comunicare. Honda ha una reputazione di affidabilità e concretezza che non nasce dal nulla. Yamaha spesso riesce davvero a mettere insieme divertimento, versatilità e buon senso. Kawasaki ha un immaginario aggressivo e sportivo fortissimo. Suzuki, quando azzecca la moto, riesce a dare tanta sostanza a prezzi spesso interessanti.
Ma hanno torto quando trasformano queste caratteristiche in verità assolute. Perché non esiste il marchio perfetto. Esiste il marchio giusto per te, per il tuo modo di vivere la moto, per il tuo budget, per le tue strade, per il tuo carattere, per il tuo livello di esperienza, per quello che vuoi provare quando metti il casco.
E qui spesso ci perdiamo. Ci dimentichiamo che non stiamo tutti cercando la stessa cosa.
La verità scomoda: difendiamo il marchio perché difendiamo noi stessi
La verità scomoda è questa: spesso non difendiamo davvero il marchio. Difendiamo noi stessi. Difendiamo la nostra scelta, i nostri soldi spesi, il nostro ego, la nostra identità da motociclisti. Quando qualcuno critica la nostra moto, non sentiamo solo una critica a un oggetto. La prendiamo come una critica al nostro gusto, alla nostra intelligenza, alla nostra capacità di scegliere.
E quindi reagiamo.
Se uno dice a un ducatista che Ducati costa troppo, lui non sente solo “la tua moto costa troppo”. Sente “hai buttato soldi”. E allora deve trasformare quel costo in passione, valore, emozione, esclusività. Se uno dice a un hondista che la sua moto è un po’ noiosa, lui non sente solo “manca carattere”. Sente “hai scelto una moto senza emozione”. E allora deve rispondere con l’affidabilità, con i chilometri, con il “io torno a casa”. Se uno dice a uno yamahista che la sua moto è un compromesso, lui non sente una definizione neutra. Sente “non eccelle in niente”. E allora deve spiegarti che proprio quello è il punto. Se uno dice a un kawasakista che la sua moto è troppo ignorante, lui sente “sei infantile”. E allora rivendica la cattiveria. Se uno dice a un suzukista che la sua moto non fa scena, lui sente “hai preso la scelta meno desiderabile”. E allora tira fuori la sostanza.
Il fanboysmo nasce lì. Dal bisogno di sentirsi nel giusto.
E non è una cosa solo del mondo moto. Succede con gli smartphone, con le macchine, con le squadre di calcio, con le console, con le fotocamere, con qualsiasi cosa diventi parte della nostra identità. Però nel motociclismo questa cosa è amplificata, perché la moto non è un acquisto freddo. È una passione. E quando c’è la passione, la razionalità spesso si mette il casco e scappa.
Il problema non è amare un marchio. Anzi, è bello affezionarsi. È bello avere una storia con una casa motociclistica, magari perché la prima moto era di quel brand, perché ci hai fatto viaggi, perché ti ha accompagnato in momenti importanti, perché ti piace da quando eri ragazzino, perché quella linea ti fa battere il cuore. Tutto giusto. Tutto bello.
Il problema nasce quando smetti di vedere i difetti. Quando qualsiasi cosa faccia il tuo marchio è geniale e qualsiasi cosa facciano gli altri è sbagliata. Quando se Ducati fa una scelta particolare è “coraggiosa”, ma se la fa un altro brand è “assurda”. Quando se Honda mantiene una linea conservativa è “coerenza”, ma se lo fa Suzuki è “vecchia”. Quando se Yamaha fa un frontale strano è “futuristico”, ma se lo fa qualcun altro è “orribile”. Quando se Kawasaki esagera è “carattere”, ma se esagera un’altra marca è “tamarraggine”.
Lì non sei più un appassionato. Sei diventato ufficio stampa gratuito. E nemmeno pagato, che è la parte peggiore.
Link Sponsorizzato
Ducati, Honda, Yamaha, Kawasaki, Suzuki: cinque modi diversi di cercare la felicità
Se togliamo per un attimo l’ironia, quello che emerge da questi cinque fanboy è una cosa interessante: ogni marchio rappresenta un modo diverso di cercare la felicità in moto.
Il ducatista cerca l’emozione. Vuole che la moto gli parli, lo coinvolga, lo faccia sentire parte di qualcosa. Non gli basta andare da A a B. Vuole arrivarci con stile, con intensità, con un po’ di teatro. Vuole guardare la moto parcheggiata e provare qualcosa. Vuole sentire che sotto di lui c’è un oggetto speciale, magari impegnativo, magari costoso, ma vivo.
L’hondista cerca la serenità. Vuole una moto che non gli complichi la vita. Vuole partire senza ansia, viaggiare senza pensieri, sapere che può fidarsi. Per lui la felicità non è necessariamente nell’adrenalina, ma nella tranquillità di sapere che la moto farà il suo dovere. Sempre. E quando sei lontano da casa, questa cosa conta più di mille discorsi sull’anima.
Lo yamahista cerca l’equilibrio. Vuole divertirsi, ma senza estremismi. Vuole una moto utilizzabile, ma non piatta. Vuole carattere, ma non drammi. Vuole spendere il giusto, ma avere qualità. Vuole poter dire: “Con questa ci faccio tutto”. Che poi magari non è vero al cento per cento, ma l’idea è quella. Una moto che ti accompagna in tante situazioni senza costringerti a scegliere un’unica identità.
Il kawasakista cerca l’adrenalina. Vuole che la moto gli dia una scossa. Vuole cattiveria, look aggressivo, sensazione di potenza, quel pizzico di follia che ti fa sentire vivo. Non necessariamente deve andare sempre forte. A volte basta sapere che potrebbe. È una questione mentale. Una moto che ti guarda male anche quando è ferma ha già fatto metà del lavoro.
Il suzukista cerca la concretezza. Vuole una moto che abbia senso. Che magari non vinca il concorso di bellezza, ma che poi, quando la guidi, ti faccia dire: “Ho fatto bene”. Vuole sostanza, qualità, prezzo corretto, affidabilità, prestazioni vere. Vuole meno scena e più strada. E questa è una filosofia molto più romantica di quanto sembri, perché alla fine mette al centro il viaggio, non l’apparenza.
Ecco perché, alla fine, non ha senso dire quale fanboy abbia ragione. Dipende da cosa cerchi. Dipende da chi sei. Dipende da cosa ti fa sorridere dentro al casco.
Il bar: il tribunale supremo del motociclismo
Nel mondo moto esiste un luogo dove tutte queste filosofie si scontrano: il bar. Il bar è il tribunale supremo del motociclismo. Lì si decidono verità, si emettono sentenze, si distruggono reputazioni, si rivalutano modelli, si tramandano leggende, si raccontano consumi improbabili, velocità mai verificate e pieghe che, stranamente, nessuno ha filmato.
Il bar è il luogo dove una moto parcheggiata diventa argomento di discussione. Arriva una Ducati? Qualcuno dirà: “Bella, però costa troppo”. Arriva una Honda? “Affidabile, ma un po’ tranquilla”. Arriva una Yamaha? “Bella, però quel faro…” Arriva una Kawasaki? “Cattiva, ma consuma?” Arriva una Suzuki? “Eh, però Suzuki è sottovalutata”. Anche se il proprietario non ha ancora tolto il casco, il processo è già iniziato.
E noi motociclisti, diciamolo, amiamo questa cosa. Ci piace parlare di moto quasi quanto guidarle. Ci piace discutere di dettagli. Ci piace confrontare modelli che magari non compreremo mai. Ci piace dire “io avrei fatto così” davanti a moto progettate da squadre di ingegneri. Ci piace analizzare fari, selle, cupolini, sospensioni, borse, terminali, mappe motore, display, cavalli, coppia, peso in ordine di marcia, anche se poi magari la vera domanda è: “Mi piace o non mi piace?”
Il fanboy al bar dà il meglio di sé. Il ducatista parcheggia in modo che si veda bene il logo. L’hondista parcheggia normale, perché tanto sa che partirà. Lo yamahista cerca l’angolazione giusta per far rendere il frontale dal vivo. Il kawasakista sceglie un punto visibile, possibilmente al sole, così il verde acceca qualcuno. Il suzukista parcheggia pratico e poi controlla mentalmente quanto hanno speso gli altri.
E poi iniziano i discorsi. Discorsi che partono da una domanda innocente e finiscono in un trattato di filosofia motociclistica. “Come ti trovi?” sembra una domanda semplice, ma è una trappola. Perché un motociclista non risponde mai davvero “bene”. Deve argomentare. Deve spiegare. Deve contestualizzare. Deve dire cosa ha cambiato, cosa cambierà, cosa avrebbe voluto, cosa secondo lui la casa ha sbagliato, cosa invece è geniale, cosa “con due modifiche diventa perfetta”.
La moto perfetta, nel mondo reale, non esiste. Ma nella testa del fanboy esiste sempre: è la sua, però con due accessori in più e magari una mappatura diversa.
I social: dove il fanboy diventa leggenda
Se il bar è il tribunale, i social sono il Colosseo. Nei gruppi Facebook, nei commenti YouTube, nei forum, nelle discussioni sotto le recensioni, il fanboy moto raggiunge livelli epici. Perché dal vivo magari uno si trattiene. Magari sorride, smussa, cambia argomento. Online no. Online il fanboy si libera.
Basta una frase per accendere tutto. “Secondo me Ducati è sopravvalutata.” Fine. Hai appena acceso un incendio. Arriveranno ducatisti da ogni angolo della rete a spiegarti che non capisci la passione, che devi provarla, che non puoi giudicare, che il Desmo, che la storia, che la MotoGP, che il DNA.
Oppure scrivi: “Honda fa moto un po’ noiose”. Arriveranno hondisti con testimonianze di moto che hanno fatto 300.000 km cambiando solo olio, gomme e forse una lampadina nel 2007. Scrivi: “Yamaha ultimamente fa frontali strani”. Parte il coro: “Dal vivo rende di più”. Scrivi: “Kawasaki è troppo tamarra”. E qualcuno ti risponderà: “Meglio tamarra che morta dentro”. Scrivi: “Suzuki non ha appeal”. E il suzukista ti farà un confronto dettagliato prezzo-dotazione-prestazioni che, a fine lettura, ti farà sentire economicamente irresponsabile.
I social amplificano tutto perché manca il tono. L’ironia si perde. La battuta viene presa sul serio. Il luogo comune diventa offesa personale. E così un video nato per scherzare diventa un campo minato. Ma in fondo è anche questo il bello: se parli di moto, sai già che qualcuno si scalderà. E non parlo solo dei cilindri Ducati nel traffico.
Il fanboy online ha un’altra caratteristica: porta sempre esempi personali assoluti. “Io ho avuto quella moto e non mi ha mai dato problemi, quindi è affidabile.” Oppure: “Un mio amico ha avuto quella moto e si è rotta, quindi fa schifo.” La statistica motociclistica da commento funziona così. Uno o due casi diventano legge universale. Se la tua moto è andata bene, il brand è perfetto. Se ti è andata male, il brand è da evitare per sempre, anche se magari il precedente proprietario faceva i tagliandi con l’olio da frittura.
Eppure questi confronti ci piacciono. Perché dietro c’è passione. Magari esagerata, magari rumorosa, magari poco razionale, ma sempre passione. Se nessuno litigasse mai sulle moto, vorrebbe dire che non gliene importa niente. E invece ci importa. Forse troppo. Ma ci importa.
La scheda tecnica non basta: la moto si sceglie anche di pancia
Una delle illusioni più grandi del fanboy è pensare che la propria scelta sia totalmente razionale. “Io ho valutato tutto.” “Io ho confrontato i dati.” “Io ho guardato peso, coppia, cavalli, consumi, prezzo, affidabilità, recensioni.” Sì, certo. Poi però hai visto quella moto dal vivo, ti è partita la scimmia e hai iniziato a giustificare tutto il resto.
Succede a tutti. La scheda tecnica conta, ci mancherebbe. Se una moto pesa troppo, consuma troppo, costa troppo, ha una posizione scomoda o non è adatta al tuo utilizzo, bisogna tenerne conto. Però la moto non si sceglie solo con Excel. Perché se fosse così, guideremmo tutti la scelta più razionale possibile e il mondo sarebbe pieno di motociclisti noiosissimi, ma molto efficienti.
La verità è che la moto si sceglie anche di pancia. A volte soprattutto di pancia. La guardi e ti fa qualcosa. La accendi e ti fa sorridere. Ci sali sopra e ti senti a casa. Oppure non succede niente, anche se sulla carta è perfetta. E questa cosa è difficilissima da spiegare.
Il ducatista chiama questa cosa anima. L’hondista magari la chiama fiducia. Lo yamahista equilibrio. Il kawasakista cattiveria. Il suzukista sostanza. Ma tutti stanno cercando lo stesso momento: quello in cui sali in moto e pensi “sì, questa è la mia”.
E quel momento non lo trovi solo nella scheda tecnica.
Puoi avere la moto con più cavalli e non sentirla tua. Puoi avere la moto più affidabile e annoiarti. Puoi avere la moto più bella del bar e non godertela davvero. Puoi avere la moto più economica e scoprire che ti regala più sorrisi di una molto più costosa. Puoi avere una moto piena di difetti, ma ogni volta che la accendi ti cambia la giornata.
È per questo che i confronti tra fanboy sono spesso inutili. Perché ognuno parte da priorità diverse. Uno vuole emozione. Uno vuole sicurezza. Uno vuole equilibrio. Uno vuole adrenalina. Uno vuole concretezza. E nessuno di questi desideri è sbagliato.
Diventa sbagliato solo quando pretendiamo che il nostro desiderio sia l’unico valido.
Il fanboy Ducati visto dagli altri
Per gli altri motociclisti, il ducatista è spesso quello un po’ teatrale. Quello che sembra vivere ogni uscita come una scena da documentario emozionale. Lo prendono in giro per i costi, per il calore, per la manutenzione, per la scomodità, per il fatto che ogni rumorino diventa “carattere”.
Ma in fondo, anche chi lo prende in giro spesso riconosce una cosa: Ducati fa girare la testa. Una Ducati parcheggiata raramente passa inosservata. C’è un fascino, una presenza, un’identità molto forte. E questo spiega perché il ducatista sia così attaccato al marchio. Perché sente davvero di possedere qualcosa di speciale.
Il problema è che questa specialità a volte diventa snobismo. Il rischio del ducatista è guardare gli altri dall’alto in basso, come se chi non sceglie Ducati non avesse capito la vera essenza della moto. E invece magari l’ha capita benissimo, solo che non vuole cuocersi una gamba nel traffico o vendere mezzo salotto per fare il tagliando.
Il ducatista migliore è quello che ama Ducati, ma sa ridere di Ducati. Quello che dice: “Sì, scalda, costa, vibra, ma la amo lo stesso”. Ecco, quello è imbattibile. Perché quando un fanboy riconosce i difetti del proprio marchio e lo ama comunque, diventa un appassionato vero. Non cieco. Innamorato, ma consapevole.
Link Sponsorizzato
Il fanboy Honda visto dagli altri
L’hondista, agli occhi degli altri, è spesso quello troppo tranquillo. Quello che sembra scegliere la moto come si sceglie un elettrodomestico di qualità: deve funzionare, durare, non dare problemi. Gli altri lo prendono in giro dicendo che Honda è razionale, affidabile, ma magari poco emozionante.
Eppure, quando si parla di viaggi lunghi, di utilizzo quotidiano, di moto da tenere tanti anni, tutti abbassano un po’ la voce. Perché l’affidabilità è facile da prendere in giro finché non sei tu quello fermo sul ciglio della strada a guardare una spia accesa come fosse un messaggio dell’aldilà.
L’hondista migliore è quello che non usa l’affidabilità per sentirsi superiore. Quello che non guarda gli altri come poveri peccatori che hanno scelto il marchio sbagliato. Quello che sa dire: “Io ho scelto Honda perché mi dà tranquillità, ma capisco chi cerca altro”. E lì diventa quasi saggio.
Quasi, perché poi magari ti dice comunque che dovevi prendere Honda.
Il fanboy Yamaha visto dagli altri
Lo yamahista è visto come quello del “sì, però”. Qualunque moto tu nomini, lui trova il modo di dire che Yamaha fa una cosa simile, ma più equilibrata. È diplomatico, certo. Però è una diplomazia che porta sempre nella stessa direzione.
Gli altri lo prendono in giro per il suo amore per il compromesso, per il CP3, per i frontali “dal vivo rende di più”, per gli scarichi cambiati “solo per sentire meglio il motore”. Ma spesso riconoscono che Yamaha sa fare moto divertenti, concrete, versatili. Ed è proprio questo che rende lo yamahista così convinto: ha tanti argomenti difensivi.
Il rischio dello yamahista è pensare che equilibrio significhi superiorità. Ma non tutti vogliono equilibrio. A volte uno vuole una moto sbagliata, scomoda, costosa, esagerata, ma capace di fargli battere il cuore. E non puoi convincerlo con un “però Yamaha…”
Lo yamahista migliore è quello che ama il compromesso, ma non cerca di convertirti. Quello che dice: “Per me è perfetta così”. Non “è perfetta per tutti”. La differenza sembra piccola, ma cambia tutto.
Il fanboy Kawasaki visto dagli altri
Il kawasakista viene spesso visto come quello un po’ tamarro, nel senso buono. Quello che ama la moto aggressiva, il colore forte, il sound, i cavalli, la sensazione di potenza. Gli altri lo prendono in giro perché sembra sempre pronto a parlare di cattiveria anche quando la discussione era sulla comodità della sella.
Ma il kawasakista ha una cosa bella: non si vergogna troppo della propria parte bambina. Gli piace l’idea della moto cattiva, dell’estetica aggressiva, della Ninja nel cuore. E in un mondo dove spesso fingiamo di essere tutti razionali, questa cosa è quasi liberatoria.
Il rischio, ovviamente, è trasformare la cattiveria in una maschera. Sentirsi obbligati a essere sempre quello “gas aperto”, quello aggressivo, quello che deve dimostrare qualcosa. Ma la moto non deve diventare una recita. Puoi amare Kawasaki e andare piano. Puoi avere una moto verde cattiva e usarla per goderti il panorama. Nessuno ti ritira la tessera.
Il kawasakista migliore è quello che ride della propria ignoranza motociclistica. Quello che dice: “Sì, mi piace cattiva, che ci posso fare?” E lì vince.
Il fanboy Suzuki visto dagli altri
Il suzukista, agli occhi degli altri, è quello che arriva sempre con la parola “sottovalutata”. Viene preso in giro perché sembra vivere in difesa permanente, come se dovesse convincere il mondo che Suzuki merita più attenzione. E probabilmente è vero: vuole convincere il mondo.
Ma il suzukista ha spesso dalla sua un argomento forte: la sostanza. Quando una moto va bene, costa il giusto, fa il suo lavoro e ti permette di divertirti senza svenarti, è difficile prenderla troppo in giro. Puoi dire che non fa scena, che il design non sempre spacca, che il marketing è meno forte. Però poi resta la domanda: su strada come va?
E spesso va bene.
Il rischio del suzukista è confondere la concretezza con l’assenza di difetti. Anche Suzuki può sbagliare, anche Suzuki può fare scelte discutibili, anche Suzuki può avere modelli meno riusciti. Essere sottovalutati non significa essere sempre superiori. Significa solo che forse meriti più attenzione.
Il suzukista migliore è quello che non vive la sua scelta come una rivincita continua. Quello che sa godersi la moto senza dover ripetere ogni dieci minuti che gli altri hanno speso troppo. Anche se, lo sappiamo, ogni tanto lo pensa.
La guerra dei commenti: perché nessuno cambierà idea
Una cosa va detta: queste discussioni raramente servono a far cambiare idea a qualcuno. Se un ducatista ama Ducati, non sarà un commento su Internet a convincerlo che forse Honda è meglio. Se un hondista vuole affidabilità, non sarà un monologo sul Desmo a fargli cambiare priorità. Se uno yamahista crede nel compromesso, continuerà a vedere compromessi ovunque. Se un kawasakista vuole cattiveria, non gli venderai la serenità. Se un suzukista cerca sostanza, continuerà a guardare il prezzo degli altri con un sopracciglio alzato.
La guerra dei commenti serve soprattutto a una cosa: confermare a noi stessi che abbiamo ragione. Scriviamo per difendere la nostra scelta, ma anche per sentirci parte di un gruppo. I ducatisti si riconoscono tra loro. Gli hondisti pure. Gli yamahisti si scambiano approvazione sul CP3. I kawasakisti si capiscono al primo “verde”. I suzukisti si sostengono nella grande battaglia della sottovalutazione.
E va bene così, finché resta gioco. Finché resta ironia. Finché non si trasforma in aggressività vera.
Perché alla fine stiamo parlando di moto. Oggetti meravigliosi, certo. Passioni fortissime, certo. Ma sempre moto. Non vale la pena rovinarsi la giornata perché qualcuno ha detto che il faro della tua moto sembra disegnato da un alieno stanco. Magari ha torto. Magari ha ragione. Magari dal vivo rende di più.
La moto migliore non esiste
E arriviamo al punto centrale: la moto migliore non esiste. Esiste la moto migliore per te, in questo momento della tua vita. Che non è la stessa cosa.
La moto perfetta a vent’anni non è necessariamente quella perfetta a quarant’anni. La moto perfetta per fare il passo di montagna non è quella perfetta per viaggiare in due con borse laterali. La moto perfetta per il bar non è quella perfetta per fare 600 km sotto la pioggia. La moto perfetta per sentirti pilota non è quella perfetta per andare al lavoro tutti i giorni.
E soprattutto, la moto perfetta sulla carta non è sempre quella che ti rende felice.
Questa è una cosa che i fanboy dimenticano spesso. Pensano che il proprio criterio sia universale. Il ducatista pensa che senza emozione non abbia senso. L’hondista pensa che senza affidabilità non abbia senso. Lo yamahista pensa che senza equilibrio non abbia senso. Il kawasakista pensa che senza cattiveria non abbia senso. Il suzukista pensa che senza concretezza non abbia senso.
Ma la moto è personale. Profondamente personale.
C’è chi compra una moto perché la sognava da bambino. C’è chi la compra per viaggiare. C’è chi la compra per sentirsi libero. C’è chi la compra per uscire dalla routine. C’è chi la compra perché gli piace guardarla in garage. C’è chi la compra perché vuole imparare. C’è chi la compra perché vuole condividere giri con gli amici. C’è chi la compra perché, quando la accende, per qualche secondo dimentica tutto il resto.
E nessuna scheda tecnica può misurare questa cosa.
Il vero problema non è il fanboy: è il fanatismo
Essere fanboy, in fondo, può anche essere divertente. Se lo vivi con ironia, è parte del gioco. Io stesso ho le mie preferenze, i miei gusti, le mie fisse. Tutti le abbiamo. Il problema non è dire “io amo questo marchio”. Il problema è quando inizi a non vedere più niente oltre quel marchio.
Il fanatismo è quando difendi anche l’indifendibile. Quando una scelta sbagliata della tua casa preferita diventa automaticamente geniale. Quando una moto oggettivamente migliorabile diventa “perfetta così”. Quando una critica normale viene vissuta come un attacco personale. Quando non riesci più a dire: “Sì, questa cosa potevano farla meglio”.
Ecco, quella frase è fondamentale. “Potevano farla meglio.” Se riesci a dirla del tuo marchio preferito, sei salvo. Sei ancora un appassionato. Se invece ogni difetto diventa carattere, ogni mancanza diventa scelta progettuale, ogni prezzo alto diventa valore, ogni linea discutibile diventa futuristica, allora forse sei andato un po’ oltre.
Link Sponsorizzato
Amare un marchio non significa spegnere il cervello. Significa apprezzarne la filosofia, riconoscerne i punti forti, magari anche perdonarne alcuni difetti, ma senza diventare ciechi. Perché se perdi la capacità critica, non stai più vivendo la passione. Stai facendo marketing gratis.
E le aziende, ricordiamolo, non sono nostre amiche. Fanno moto, fanno prodotti, fanno scelte industriali, fanno listini, fanno margini. Noi possiamo amarle, certo. Possiamo affezionarci. Ma non dobbiamo trasformarci in soldati. Perché alla fine, quando arriva il tagliando, la fattura la paghiamo noi. Non il reparto marketing.
Perché ci piace prendere in giro i fanboy moto
Prendere in giro i fanboy moto funziona perché ci riconosciamo tutti un po’. Magari non siamo ducatisti estremi, hondisti mistici, yamahisti diplomatici, kawasakisti verdi dentro o suzukisti col preventivo in tasca. Però tutti abbiamo avuto almeno una volta quel momento in cui abbiamo difeso la nostra moto più del necessario.
Magari qualcuno ha detto una cosa sulla nostra marca e ci siamo sentiti chiamati in causa. Magari abbiamo risposto con una spiegazione troppo lunga. Magari abbiamo tirato fuori argomenti che, a mente fredda, erano un po’ forzati. Magari abbiamo detto “non è un difetto, è una caratteristica”. Magari abbiamo detto “dal vivo rende di più”. Magari abbiamo detto “sì, ma su strada…”
Ecco. Siamo tutti colpevoli.
L’ironia serve proprio a questo: a guardarci da fuori. A ridere delle nostre fissazioni. A ricordarci che, per quanto la moto sia importante, non dobbiamo prenderci sempre troppo sul serio. Perché il motociclismo è anche leggerezza. È bar, battute, prese in giro, amici che ti massacrano perché hai montato un accessorio discutibile, discussioni infinite sul nulla, soprannomi alle moto, drammi per una riga sul serbatoio e gioie enormi per una strada piena di curve.
Se non sappiamo ridere di noi stessi, perdiamo metà del divertimento.
E gli altri marchi?
Ovviamente questi cinque sono solo una parte del mondo moto. Ci sarebbero anche i fanboy BMW, e lì si aprirebbe un capitolo enorme tra GS, valigie in alluminio, completi adventure e viaggi epici fino al supermercato. Ci sarebbero i fanboy KTM, sempre pronti a parlare di Ready to Race anche quando stanno andando al distributore. Ci sarebbero i fanboy Triumph, con quell’aria un po’ british e un po’ “io ho gusto”. Ci sarebbero gli harleysti, che praticamente vivono in un universo parallelo fatto di cromature, vibrazioni, gilet e senso di appartenenza.
Ma oggi mi sono concentrato su Ducati, Honda, Yamaha, Kawasaki e Suzuki perché sono cinque archetipi perfetti. Cinque modi chiarissimi di vivere la moto. Cinque mondi che si prestano benissimo all’ironia perché hanno identità forti, luoghi comuni riconoscibili e fanboy molto, molto affezionati.
E poi, diciamolo, già così rischio abbastanza. Se avessi aggiunto anche BMW e KTM, probabilmente avrei dovuto trasferirmi.
La domenica mattina mette tutti d’accordo
La cosa bella è che poi, dopo tutte le discussioni, arriva la domenica mattina. E lì cambia tutto. Puoi essere ducatista, hondista, yamahista, kawasakista, suzukista o qualsiasi altra cosa. Puoi aver passato la settimana a discutere nei commenti. Puoi aver difeso il tuo marchio come un avvocato in tribunale. Puoi aver fatto confronti, battute, provocazioni, classifiche. Ma poi arriva quel momento.
Ti svegli. Guardi fuori. C’è bel tempo. O almeno non piove, che per noi motociclisti spesso basta. Prepari il casco. Metti la giacca. Infili i guanti. Scendi in garage. La moto è lì. Magari rossa, magari nera, magari blu, magari verde, magari con un design che “dal vivo rende di più”. Non importa.
La accendi.
E in quel momento tutte le discussioni perdono importanza. Non conta più cosa dice il fanboy Ducati, Honda, Yamaha, Kawasaki o Suzuki. Non conta più chi ha ragione. Non conta più la scheda tecnica. Non conta più il commento del tizio su Facebook. Conta solo quella sensazione lì. Il motore che gira. Il casco che si chiude. La strada davanti. La voglia di partire.
Perché alla fine è questo che ci unisce. Non il marchio. Non il logo. Non il serbatoio. La voglia di guidare.
Possiamo prenderci in giro quanto vogliamo, ma siamo tutti lì per lo stesso motivo: perché la moto ci fa stare bene. Perché anche un giro breve può cambiarti la giornata. Perché una strada giusta, una curva presa bene, un panorama improvviso, un profumo di bosco dentro al casco, possono valere più di mille discussioni.
E forse è proprio questo il punto che ogni fanboy dovrebbe ricordare: la moto migliore è quella che ti fa venire voglia di uscire.
Quale fanboy sei?
Ora, detto tutto questo, la domanda resta: tu quale sei?
Sei il ducatista poeta del Desmo, quello che trasforma ogni vibrazione in emozione e ogni spesa in passione? Sei l’hondista “io torno sempre a casa”, quello che guarda gli altri con compassione quando parlano di spie e problemi meccanici? Sei lo yamahista del giusto equilibrio, quello che qualunque domanda abbia come risposta finale Yamaha? Sei il kawasakista verde dentro, quello che vuole la moto cattiva anche per andare a prendere il caffè? Oppure sei il suzukista soddisfatto, quello che magari non fa scena, ma intanto ha speso meno e si diverte uguale?
E soprattutto: qual è il fanboy più pericoloso?
Io un’idea ce l’ho. Anzi, secondo me lo sappiamo tutti. Però non lo dico, perché ci tengo alla mia incolumità e perché vorrei evitare che sotto questo articolo parta una guerra civile motociclistica.
Scherzi a parte, la cosa bella sarebbe riuscire a commentare prendendoci un po’ in giro, senza trasformare tutto nell’ennesimo scontro tra marchi. Perché si può amare Ducati senza odiare Honda. Si può guidare Yamaha senza dover convincere tutti. Si può preferire Kawasaki senza fare sempre il duro. Si può scegliere Suzuki senza vivere in modalità “adesso vi spiego perché siete tutti scemi”. Si può essere affezionati a un brand e restare persone normali.
O almeno provarci.
Link Sponsorizzato
La morale finale: il logo conta, ma il sorriso conta di più
Alla fine, la morale è semplice: le moto sono belle proprio perché sono diverse. Se fossero tutte uguali, ci annoieremmo dopo dieci minuti. Per fortuna esiste Ducati con la sua passione esagerata. Per fortuna esiste Honda con la sua affidabilità quasi mistica. Per fortuna esiste Yamaha con quel suo equilibrio furbo e divertente. Per fortuna esiste Kawasaki con la sua cattiveria verde. Per fortuna esiste Suzuki che magari non urla, ma poi su strada dice sempre la sua.
Il punto non è stabilire quale brand sia il migliore. Il punto è capire quale moto ti fa stare bene. Quale moto ti fa girare la testa quando la parcheggi. Quale moto ti fa sorridere dentro al casco. Quale moto ti fa allungare la strada anche quando potresti tornare a casa prima. Quale moto ti fa pensare, mentre la guidi: “Sì, ho fatto bene”.
Possiamo discutere quanto vogliamo. Possiamo confrontare cavalli, coppia, peso, elettronica, consumi, finiture, affidabilità, storia, prezzo, valore dell’usato, comfort, protezione aerodinamica, sound, estetica e tutto quello che ci pare. Possiamo fare classifiche infinite. Possiamo litigare nei commenti. Possiamo prenderci in giro al bar.
Ma poi arriva il momento in cui parti.
E quando sei in strada, quando la moto scorre, quando senti il motore, quando davanti hai curve, panorama e libertà, il logo sul serbatoio conta meno. Conta che tu sia felice di guidarla.
E se quella moto ti rende felice, che sia Ducati, Honda, Yamaha, Kawasaki, Suzuki o qualsiasi altra cosa, allora probabilmente hai già vinto.
Però adesso dimmelo: tu che tipo di fanboy sei?
Se il video ti è piaciuto e l’articolo ti è stato utile, non dimenticare di iscriverti al canale, lasciare un like, commentare con le tue esperienze e attivare la campanellina per essere sempre aggiornato sui nuovi video.




