Quando arriva l’estate, per noi motociclisti comincia puntualmente uno dei grandi dilemmi della stagione: come vestirsi in moto quando fuori ci sono 35, 37 o addirittura 40 gradi senza trasformare ogni viaggio in una sauna, ma senza nemmeno rinunciare completamente alle protezioni? La domanda sembra semplice, almeno finché non provi davvero a mettere insieme tutte le esigenze di chi la moto non la utilizza soltanto per il giro di un’ora la domenica mattina, ma anche per trascorrere giornate intere in sella.
Il caldo in moto è strano, perché non è mai soltanto una questione di temperatura. Certo, quando il termometro segna 37°C non serve un master in meteorologia per capire che farà caldo. Ma durante un viaggio entrano in gioco tantissime altre variabili: quanto tempo rimaniamo in sella, quanta aria arriva sul corpo, il tipo di moto, la presenza di un parabrezza, l’umidità, il traffico, le soste, l’altitudine, il meteo che può cambiare e perfino quanto dovremo camminare una volta scesi.
Nel mio caso il problema nasce proprio da qui. Quando parto per un viaggio in moto non so necessariamente quali condizioni incontrerò nelle otto, dieci o magari dodici ore successive. Posso lasciare casa con trenta gradi abbondanti, attraversare una zona dove il termometro sale ancora, raggiungere un passo di montagna e ritrovarmi improvvisamente con temperature molto più piacevoli, per poi prendere quella nuvola carica di pioggia che tutte le applicazioni meteo avevano accuratamente deciso di non segnalare. Perché la meteorologia applicata alla moto ha una regola abbastanza precisa: se nel raggio di duecento chilometri c’è un’unica nuvola, probabilmente passeremo esattamente sotto quella.
È partendo da questo tipo di utilizzo che negli ultimi mesi ho costruito quello che oggi considero il mio abbigliamento moto estivo da viaggio. La cosa curiosa è che, se guardiamo semplicemente l’elenco di quello che indosso, potrebbe sembrare il completo di una persona che ha qualche problema personale con l’estate: pantaloni lunghi, scarpe impermeabili, maglia tecnica, giacca da moto, paraschiena, protezioni toraciche, sottocasco, casco e guanti capaci di affrontare anche un po’ di maltempo.
Praticamente manca soltanto il piumino e possiamo andare direttamente a gennaio.
Eppure il punto fondamentale del mio setup è proprio questo: non ho cercato l’abbigliamento con cui avere meno caldo possibile. Ho cercato quello con cui riuscire a viaggiare quando fa molto caldo, mantenendo però un livello di protezione che considero adeguato e cercando di arrivare a destinazione senza sentirmi completamente cotto. È esattamente il principio da cui parte anche il video: il mio obiettivo non è eliminare il caldo, cosa abbastanza difficile considerando che non abbiamo ancora sconfitto la fisica, ma trovare un equilibrio accettabile tra ventilazione, protezione, comfort e versatilità.
Quello che leggerete quindi non vuole essere la classica lista del tipo “questi sono i migliori prodotti da comprare per andare in moto d’estate”. Sarebbe troppo semplice e, soprattutto, non sarebbe vero. Alcune delle cose che utilizzo mi stanno piacendo veramente tanto, ma non significa affatto che abbiano senso per tutti. Giacca e pantaloni, per esempio, costano parecchio e più avanti parleremo anche di questo, perché ritengo importante distinguere tra un prodotto che considero ottimo e un prodotto che consiglierei indistintamente a qualsiasi motociclista.
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Guarda su AmazonPreferisco raccontarvi perché sono arrivato a determinate scelte, cosa cercavo, quali compromessi ho accettato e soprattutto come questi prodotti stanno funzionando nel mio utilizzo reale. Perché l’abbigliamento da moto non si valuta soltanto davanti allo specchio o nei primi venti minuti dopo essere partiti. Quando fai turismo, certe cose cominci a capirle davvero dopo trecento chilometri, quando sei fuori da parecchie ore e quella piccola caratteristica che sembrava insignificante al mattino può essere diventata la cosa che ami di più del tuo equipaggiamento oppure il motivo per cui stai cercando mentalmente il primo cassonetto disponibile.
Abbigliamento moto estivo: prima dei prodotti bisogna capire come utilizziamo davvero la moto
Una delle cose che ho imparato comprando abbigliamento da moto è che la domanda “qual è il migliore?” quasi sempre serve a poco se non specifichiamo cosa dobbiamo farci. Vale per una giacca, per un casco, per gli stivali, per i guanti e praticamente per qualsiasi altro componente del nostro equipaggiamento.
Se io vi dicessi che una determinata giacca è la migliore giacca moto estiva, la prima domanda dovrebbe essere: migliore per chi?
Per chi attraversa Napoli ogni giorno nel traffico? Per chi utilizza la moto soltanto la domenica mattina? Per chi parte per quindici giorni? Per chi percorre prevalentemente strade di montagna? Per chi fa autostrada? Per chi guida una naked completamente esposta all’aria o una tourer con un parabrezza enorme che devia buona parte del flusso?
Sono situazioni profondamente diverse.
Se dovessi utilizzare la moto soltanto per fare un paio d’ore con 38°C e avessi la certezza matematica di trovare sempre bel tempo, probabilmente alcune delle cose che utilizzo oggi non sarebbero la mia prima scelta. Mi orienterei verso prodotti ancora più aperti e leggeri, sacrificando tranquillamente una parte della versatilità. Potrei utilizzare guanti decisamente più traforati, scarpe più ventilate e magari una giacca costruita quasi esclusivamente attorno al passaggio dell’aria.
Io però la moto la utilizzo molto per viaggiare. Questo significa trascorrere tante ore in sella, fare centinaia di chilometri, attraversare ambienti diversi e soprattutto vivere l’intera giornata con quello che ho indossato la mattina. Posso partire con quasi 40°C, salire in montagna e trovare temperature molto più basse, poi scendere nuovamente verso la pianura. Nel frattempo potrei incontrare pioggia, vento oppure semplicemente decidere di lasciare la moto parcheggiata e camminare per visitare un posto.
È proprio per questo che ho individuato quattro priorità che ormai utilizzo quasi come una piccola checklist mentale ogni volta che valuto qualcosa destinato al turismo: protezione, ventilazione, comfort e versatilità. Sono gli stessi quattro elementi attorno ai quali ho costruito tutto il setup raccontato nel video.
L’ordine non è casuale, ma non deve nemmeno essere interpretato come una classifica rigida. Voglio un equipaggiamento che mi faccia sentire adeguatamente protetto, ma che riesca anche a essere utilizzabile quando fuori ci sono temperature importanti. Voglio tanta aria, ma non necessariamente al prezzo di avere un capo che non risponde più alle mie esigenze di viaggio. Voglio comfort, perché dopo sei o otto ore in moto ogni piccolo fastidio viene moltiplicato. Infine voglio versatilità, perché ogni volta che posso utilizzare un singolo prodotto in più condizioni evito di trasformare le valigie in un magazzino ricambi.
Questo concetto della versatilità, soprattutto, è diventato sempre più importante nel tempo. Quando si parte per un viaggio si comincia sempre con le migliori intenzioni: porterò soltanto l’essenziale. Poi arriva una felpa perché magari in montagna farà fresco, aggiungiamo l’antipioggia perché non si sa mai, un secondo paio di guanti perché quelli estivi potrebbero essere troppo leggeri, magari altre scarpe, una maglia aggiuntiva e naturalmente tutta la parte elettronica, tra caricabatterie, power bank e accessori vari. Alla fine dovevamo andare via due giorni e guardando la moto sembra che stiamo organizzando la logistica della Dakar.
Non significa che bisogna necessariamente cercare prodotti quattro stagioni capaci di fare tutto, perché spesso il risultato è un compromesso mediocre in qualsiasi condizione. Significa però che, se riesco a trovare qualcosa che rinuncia a un 10% di specializzazione in cambio di una versatilità che utilizzerò continuamente, per me può avere molto più senso.
È anche il motivo per cui non penso che il mio abbigliamento moto estivo possa essere copiato alla lettera. Se fate un utilizzo diverso dal mio, potreste arrivare a conclusioni completamente differenti ed essere perfettamente nel giusto.
Caldo in moto: il vero obiettivo non dovrebbe essere avere meno vestiti possibile
Quando si parla di come vestirsi in moto d’estate, la tentazione più naturale è alleggerire progressivamente l’abbigliamento man mano che il termometro sale. È comprensibile: abbiamo caldo, quindi togliamo qualcosa. È la stessa cosa che facciamo nella vita normale.
Il problema è che in moto l’abbigliamento non serve soltanto a regolare la temperatura corporea.
Se il nostro unico obiettivo fosse essere il più freschi possibile, avremmo già trovato la soluzione: pantaloncini, maglietta e scarpe leggere. Probabilmente sentiremmo molta più aria. Avremmo risolto brillantemente il problema del caldo e contemporaneamente ne avremmo creati diversi altri decisamente meno interessanti.
Per quanto mi riguarda, preferisco quindi provare prima a rendere più sopportabile la protezione anziché cominciare automaticamente a eliminarla. È una distinzione importante. Non significa caricarsi addosso qualunque elemento protettivo disponibile e affrontare agosto vestiti come se dovessimo partecipare a una missione spaziale. Significa cercare prodotti pensati per lavorare meglio in estate, con materiali ventilati, protezioni flessibili, aperture efficaci e strati capaci di gestire bene il sudore.
L’equilibrio deve rimanere reale, perché anche un equipaggiamento teoricamente molto protettivo perde buona parte del proprio senso se diventa così caldo e scomodo da spingerci a non utilizzarlo.
Io voglio arrivare alla situazione opposta: prendere la giacca, indossarla e non dover ogni volta iniziare una trattativa con me stesso del tipo “oggi il paraschiena lo lascio a casa perché ci sono 36 gradi”.
Preferisco che il paraschiena rimanga lì, ma che sia sufficientemente ventilato. Preferisco mantenere le protezioni e cercare una giacca che faccia passare molta aria. Preferisco utilizzare un pantalone motociclistico ben strutturato ma progettato per l’estate.
È un modo di affrontare il problema che sento più vicino alle mie esigenze. Non è l’unico possibile.
Anche perché c’è una realtà che ogni pubblicità di abbigliamento estivo tende inevitabilmente a rendere un po’ meno evidente: un capo ventilato non produce aria fredda.
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Se fuori ci sono 38°C, l’aria che attraversa la giacca continuerà ad avere più o meno quella temperatura. Il vantaggio nasce dal movimento, dal ricambio, dalla gestione dell’umidità e soprattutto dalla riduzione di quella terribile sensazione di essere completamente sigillati.
Finché viaggiamo, la differenza può essere enorme. Quando ci fermiamo sotto il sole in coda, invece, torniamo rapidamente a essere una persona coperta da abbigliamento tecnico seduta sopra un motore caldo in piena estate.
Lì non c’è tessuto mesh che possa compiere miracoli.
Ed è proprio per questo che, secondo me, il miglior abbigliamento moto estivo non può essere valutato soltanto contando quanti centimetri quadrati di materiale traforato possiede. Dobbiamo capire dove arriva realmente l’aria mentre guidiamo, come è costruito tutto ciò che indossiamo sotto, quali protezioni abbiamo inserito e che tipo di moto utilizziamo.
Una naked ci espone a un flusso d’aria molto diverso rispetto a una grande tourer. Anche un parabrezza alto può cambiare parecchio la percezione della ventilazione sulla parte superiore del corpo.
Insomma, “questa giacca è fresca” non è quasi mai una recensione completa. Molto più utile è dire: “Con questa giacca, nelle condizioni in cui viaggio io, riesco a gestire bene il caldo”.
È esattamente il tipo di valutazione che cerco di fare sul mio setup.
Alpinestars AMT-7 Air Pants: i pantaloni estivi che hanno fatto partire tutto
I primi protagonisti del mio completo sono probabilmente anche quelli che hanno generato più domande: gli Alpinestars AMT-7 Air Pants.
Sono stati uno dei prodotti che più avete notato dopo averli visti nelle mie foto e nelle storie e le domande erano quasi sempre le stesse: come sono? Passa veramente tanta aria? Sono comodi? Hanno senso con temperature molto elevate? Vale quello che costano?
La domanda ancora più semplice potrebbe però essere: perché non comprare un normalissimo pantalone moto estivo traforato?
Avrei potuto.
Probabilmente avrei anche fatto una scelta più amichevole nei confronti del conto corrente.
Il problema è che non stavo cercando semplicemente un pantalone molto fresco. Volevo un prodotto con cui potessi partire la mattina, fare 200, 300 o 400 chilometri, trascorrere parecchie ore in moto e continuare ad avere addosso qualcosa che percepissi come sufficientemente strutturato per il tipo di utilizzo che faccio.
Ed è qui che gli AMT-7 Air hanno iniziato a convincermi.
La caratteristica immediatamente evidente sono le grandi zone dedicate alla ventilazione. Quando si è in movimento l’aria passa davvero parecchio e, durante una giornata calda, è esattamente ciò che voglio.
La differenza non è tra “ho caldo” e “non ho caldo”. Questa distinzione sarebbe poco credibile con 37 o 38 gradi. La vera differenza è tra avere caldo con un ricambio d’aria continuo e avere caldo con le gambe chiuse dentro un materiale che sembra progressivamente trasformarsi in una confezione sottovuoto.
Dopo parecchie ore questa differenza pesa molto più di quanto possa sembrare.
Quando utilizzo un pantalone meno ventilato, soprattutto in piena estate, il problema tende ad aumentare progressivamente durante la giornata. All’inizio può essere perfettamente gestibile, poi l’umidità si accumula, il tessuto diventa più fastidioso sulla pelle e la voglia di liberarmene aumenta proporzionalmente ai chilometri.
Con gli AMT-7 Air, quando la moto si muove, questa sensazione viene ridotta parecchio.
Ma ciò che mi interessa è che il pantalone non abbia ottenuto questo risultato diventando semplicemente una retina con due ginocchiere.
Rimane abbastanza strutturato e questa per me è una parte importante dell’esperienza. Nel video parlo delle protezioni di livello 2 alle ginocchia, delle protezioni sui fianchi e della certificazione AA proprio perché la scelta nasceva dalla volontà di trovare un compromesso tra ventilazione e costruzione motociclistica vera e propria.
Anche il comfort nei movimenti mi sta piacendo. E qui torniamo alla differenza tra provare un pantalone in negozio e utilizzarlo davvero in viaggio.
Davanti allo specchio possiamo valutare la taglia, quanto ci piace e più o meno come ci sta. Però è dopo ore seduti sulla moto che scopriamo se qualcosa tira, se una protezione diventa fastidiosa, se una cucitura si trova esattamente nel punto in cui non avremmo mai voluto averla o se il pantalone riesce a seguire i movimenti senza diventare una presenza costante nella nostra testa.
Per il momento gli AMT-7 Air stanno funzionando bene proprio perché non ci penso troppo mentre guido.
Che per un pantalone da viaggio è un ottimo complimento.
Sono però il pantalone che consiglierei automaticamente a chiunque cerchi qualcosa per l’estate? Assolutamente no.
Se facessi soltanto brevi uscite con temperature molto alte, potrei tranquillamente orientarmi verso qualcosa di ancora più leggero e meno costoso. Se invece l’obiettivo è costruire un completo touring estivo, capace di affrontare giornate molto lunghe, allora diventano decisamente più interessanti.
È una distinzione che accompagnerà praticamente ogni prodotto di questo articolo.
TCX Speedtrek Gore-Tex: impermeabili d’estate, eppure per me hanno senso
Dopo i pantaloni arriviamo a quella che probabilmente è la scelta più semplice da prendere in giro: le TCX Speedtrek Gore-Tex.
Gore-Tex.
Estate.
Sì, sono perfettamente consapevole di come suonano queste due parole una accanto all’altra.
Se cercassi la scarpa più fresca possibile con quasi quaranta gradi, non sarebbe questa. Esistono calzature motociclistiche molto più aperte e ventilate e, per un giro breve con meteo perfetto, probabilmente le preferirei.
Ma ancora una volta il mio riferimento non è la singola ora più calda della giornata.
È il viaggio.
Una delle cose che considero più preziose delle Speedtrek è la capacità di coprire situazioni diverse. Posso partire con temperature alte, raggiungere una zona più fresca e magari incontrare pioggia senza dovermi preoccupare immediatamente delle scarpe.
Soprattutto, posso scendere dalla moto e camminare.
Può sembrare un dettaglio quasi ridicolo finché non si trascorre una giornata intera con una calzatura troppo rigida. In quel caso scendi, fai quattro passi e improvvisamente sembri aver dimenticato come funzionano le ginocchia.
Io quando viaggio mi fermo parecchio. Visito posti, cammino, faccio una sosta per pranzo, magari lascio la moto e percorro qualche centinaio di metri a piedi. Non mi interessa avere una scarpa eccezionale soltanto mentre sono sulla pedana. Voglio che continui a funzionare nell’intera giornata.
Nel mio concetto di abbigliamento moto touring, questa è una parte fondamentale del comfort.
Le Speedtrek non mi offrono la ventilazione assoluta di una calzatura puramente estiva, ma in cambio ottengo una maggiore versatilità, una buona comodità durante le soste e la tranquillità di gestire anche un cambio di meteo. È esattamente il compromesso che descrivo nel video: non la soluzione più fresca disponibile, ma quella che per il mio utilizzo ha più senso.
E questa scelta mi ha fatto riflettere anche su una cosa più generale: quando compriamo abbigliamento per viaggiare, dovremmo imparare a chiederci non soltanto dove un prodotto è migliore, ma anche dove siamo disposti ad accettare che sia un po’ peggiore.
Io sono disposto ad avere leggermente più caldo ai piedi in cambio della possibilità di non dover portare un secondo paio di scarpe e di poter affrontare meglio un acquazzone.
Un altro motociclista potrebbe preferire esattamente il contrario.
Se percorre cento chilometri e torna a casa, probabilmente ha ragione lui.
Se invece parte per diversi giorni, magari le mie priorità iniziano a sembrare meno strane.
Ed è proprio questo il motivo per cui una recensione fatta bene dovrebbe sempre spiegare l’utilizzo.
Altrimenti finiamo inevitabilmente nelle solite discussioni in cui ognuno cerca di dimostrare che ciò che ha comprato sia oggettivamente migliore di quello degli altri.
Io non sono particolarmente interessato.
Voglio soltanto capire se funziona per quello che devo farci.
La maglia tecnica: uno degli elementi meno spettacolari, ma tra quelli che apprezzo di più
Sotto la giacca utilizzo una maglia tecnica Alpinestars molto leggera. Il modello preciso, se avete visto il video, è diventato quasi un caso di persona scomparsa: sono sicuro che al momento dell’acquisto sapessi perfettamente come si chiamasse, ma oggi non riesco più a trovarlo con certezza.
Fortunatamente il modello specifico conta relativamente, perché ciò che mi interessa davvero è il concetto del primo strato tecnico.
È una di quelle cose che qualche anno fa probabilmente avrei considerato secondarie. Metto una T-shirt e via. Alla fine è soltanto ciò che sta sotto la giacca, giusto?
Poi inizi a viaggiare per tante ore con il caldo e scopri che una normale maglietta di cotone ha una caratteristica meravigliosa: assorbe il sudore. Il piccolo problema è che tende poi a conservarlo con una dedizione ammirevole.
Dopo parecchio tempo può quindi diventare completamente umida, rimanere incollata alla pelle e rendere soprattutto le soste decisamente meno piacevoli.
Un tessuto tecnico non impedisce naturalmente di sudare. Anche qui non possiamo aspettarci miracoli.
L’obiettivo è gestire meglio quell’umidità, distribuendola e favorendone l’evaporazione in maniera più efficace.
Ed è proprio la classica differenza che nei primi trenta minuti può sembrare quasi irrilevante, ma che dopo quattro o cinque ore comincia ad avere un peso completamente diverso.
Più viaggio e più mi convinco che il comfort sulle lunghe distanze sia determinato soprattutto dalla somma di tante piccole cose.
Una maglietta che non rimane completamente appiccicata.
Una protezione che non senti continuamente premere.
Una scarpa con cui riesci a camminare.
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Un guanto che dopo tre ore non ti fa venire voglia di toglierlo.
Una giacca che non limita i movimenti.
Nessuna di queste cose, singolarmente, sembra rivoluzionaria.
Ma quando le metti insieme puoi ottenere una giornata molto più piacevole.
Ed è per questo che ormai considero il base layer una parte vera e propria del mio outfit moto estivo, non semplicemente la maglietta che capita di essere sotto tutto il resto.
Alpinestars AMT-7 Air Jacket: il cuore del mio setup estivo da viaggio
Se devo individuare il prodotto attorno al quale gira tutto il resto dell’abbigliamento, probabilmente è la Alpinestars AMT-7 Air Jacket.
Quando ho iniziato a cercare una nuova giacca moto estiva mi sono accorto che spesso le alternative sembravano spingersi verso due estremi.
Da una parte trovavo giacche molto strutturate, complete, con un’impostazione chiaramente touring, ma che già soltanto guardandole mi facevano venire caldo. Dall’altra prodotti estremamente traforati, quasi costruiti interamente intorno alla ventilazione.
Io volevo qualcosa in mezzo.
Non cercavo una giacca quattro stagioni da utilizzare forzatamente anche ad agosto, ma nemmeno qualcosa di talmente leggero da sembrarmi poco coerente con il tipo di viaggio che faccio.
L’AMT-7 Air mi ha attirato proprio perché prova a mantenere una struttura da vera giacca touring utilizzando superfici molto ampie dedicate al passaggio dell’aria.
E su strada la differenza si sente.
Davanti, dietro e sulle braccia ci sono zone che lavorano parecchio quando la moto è in movimento. Una volta raggiunta una normale velocità extraurbana, l’aria comincia chiaramente a passare attraverso la giacca.
Non è una sensazione sottile.
Rispetto a capi più chiusi è immediatamente percepibile.
Questo non significa, come dicevo prima, che con 38°C io abbia l’impressione di guidare sulle Dolomiti.
Ho caldo.
Siamo ad agosto.
Ma avere caldo mentre l’aria continua a circolare è profondamente diverso dal sentire il corpo chiuso dentro una giacca che non riesce a scambiare praticamente nulla con l’esterno.
È soprattutto dopo parecchie ore che capisco il valore di questa differenza.
Ma ciò che mi sta convincendo della AMT-7 Air non è soltanto la ventilazione.
Mi piace perché continua ad avere una buona struttura e contemporaneamente rimane abbastanza comoda nei movimenti.
Nel touring questa caratteristica per me è fondamentale.
Se una giacca è fantastica durante il tragitto casa-bar ma dopo sei ore mi fa desiderare di abbandonarla in un’area di servizio, probabilmente non è la giacca giusta per ciò che faccio.
Il vero test arriva quando smetti di pensarci.
Quando riesci a stare seduto, cambiare posizione, muovere le braccia, scendere dalla moto e continuare la giornata senza avvertire continuamente il capo come qualcosa con cui devi combattere.
È un aspetto che spesso rimane nascosto nelle schede tecniche.
Possiamo leggere la composizione del materiale, i pannelli di ventilazione, il numero di tasche e le certificazioni, ma il comfort dopo otto ore non entra facilmente in una tabella.
Eppure per me pesa tantissimo.
Di serie la giacca integra protezioni di livello 2 su spalle e gomiti ed è certificata AA, caratteristiche che erano importanti proprio perché non volevo che il passaggio a un capo molto più ventilato significasse automaticamente rinunciare alla struttura che cercavo.
A quel punto avrei potuto tranquillamente utilizzare la giacca così come uscita dalla confezione.
Naturalmente non l’ho fatto.
Perché evidentemente dopo aver comprato una giacca molto ventilata per affrontare il caldo, la mia idea successiva è stata riempirla di altre protezioni.
E qui arriviamo a una parte che secondo me merita parecchia attenzione.
Paraschiena e protezioni toraciche: come aumentare la protezione senza annullare tutta la ventilazione
All’interno della giacca ho aggiunto il Nucleon Plasma Full Back, un paraschiena completo di livello 2, e successivamente anche le protezioni toraciche Nucleon Plasma.
La scelta del paraschiena è stata una delle cose sulle quali personalmente non volevo scendere troppo a compromessi.
Mi interessava una soluzione che coprisse una buona porzione della schiena e che, allo stesso tempo, non trasformasse completamente la giacca una volta inserita.
Perché c’è un paradosso evidente nell’acquistare un capo costruito attorno alla ventilazione e poi montargli dentro una protezione completamente chiusa che impedisce all’aria di raggiungere una parte enorme della schiena.
Sarebbe un po’ come installare venti finestre in casa e successivamente murarle tutte.
Tecnicamente le finestre ci sono.
Peccato per il resto.
Il Nucleon Plasma mi interessava quindi anche per la struttura molto aperta. È flessibile, si adatta bene e soprattutto dispone di molti fori che lasciano continuare a lavorare almeno in parte il flusso d’aria della giacca.
Naturalmente qualsiasi paraschiena creerà una zona più coperta rispetto all’assenza completa di protezione.
Non possiamo avere contemporaneamente una superficie libera e una protezione fisicamente presente nello stesso spazio.
Quello che possiamo fare è ridurre il più possibile il compromesso.
Ed è esattamente quello che cercavo.
La caratteristica che più mi sta piacendo, però, è la capacità del paraschiena di farsi dimenticare una volta che ho iniziato a guidare. Dopo poco non continuo a percepirlo come una presenza ingombrante sulla schiena.
Per me questo è probabilmente uno dei migliori complimenti che si possa fare a una protezione.
Perché la protezione perfetta non è soltanto quella che offre buone caratteristiche sulla carta.
È quella che continueremo realmente a utilizzare.
Un prodotto fantastico lasciato nell’armadio perché troppo fastidioso svolge un lavoro straordinario nel proteggere la gruccia.
Io voglio che la configurazione diventi automatica.
Prendo la giacca, è già completa e parto.
Le protezioni toraciche seguono lo stesso ragionamento. Aggiungono un ulteriore strato, questo è inevitabile, ma la loro struttura permette di mantenere una situazione per me ancora accettabile anche nelle giornate calde.
Nel video scherzo sul fatto che, arrivato a questo punto, il concetto di “abbigliamento estivo leggero” fosse evidentemente diventato sopravvalutato, ma la filosofia rimane seria: personalmente preferisco tentare di risolvere il caldo con maggiore ventilazione prima di iniziare a togliere protezioni.
Questo non significa naturalmente sentirsi invulnerabili.
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Una protezione serve a ridurre determinate conseguenze in caso di impatto. Non modifica la realtà della strada e non deve diventare un motivo per aumentare il rischio che siamo disposti a prenderci.
La protezione è soltanto una componente.
Prudenza, attenzione e guida responsabile rimangono tutto il resto.
L’abbigliamento estivo funziona come un sistema, non come una somma di prodotti
Questa esperienza mi ha fatto cambiare parecchio il modo in cui guardo all’abbigliamento tecnico.
Prima ero molto più portato a valutare ogni elemento separatamente: questa giacca fa passare aria? Questo paraschiena è comodo? Questa maglia è leggera?
Oggi tendo a chiedermi soprattutto come lavoreranno insieme.
Perché una giacca può essere incredibilmente traforata ma perdere buona parte del proprio vantaggio se sotto indossiamo qualcosa che trattiene completamente l’umidità.
Il paraschiena può essere molto protettivo ma bloccare una parte enorme del flusso.
Il casco può avere prese d’aria ottime, ma se dopo settimane l’interno è costantemente saturo di sudore il comfort cambia.
Ecco perché considero giacca, protezioni, base layer e sottocasco parte di un unico sistema.
La stessa cosa vale sulla parte inferiore del corpo.
Un pantalone molto ventilato funziona in un certo modo mentre siamo in movimento, ma la sensazione generale dipende anche da cosa indossiamo sotto, dalla posizione delle protezioni e perfino da quanto la moto scherma le gambe dall’aria.
Quando parliamo di abbigliamento moto estivo ventilato, secondo me dovremmo quindi smettere di immaginare la ventilazione come il valore di un singolo elemento.
È una catena.
E come tutte le catene, basta un punto particolarmente chiuso per modificare il risultato complessivo.
Questo vale ancora di più con il sudore.
Il nostro corpo continuerà a produrlo, indipendentemente da quanto sofisticata sia la giacca che abbiamo appena acquistato.
La differenza è quanto bene riusciamo a gestire l’umidità e quanto rapidamente l’aria riesce a favorire l’evaporazione.
Il primo strato tecnico, i pannelli aperti della giacca, la struttura delle protezioni e il flusso sulla moto lavorano tutti insieme.
È meno semplice da raccontare rispetto a “questa giacca è freschissima”, ma credo sia molto più vicino alla realtà.
E soprattutto spiega perché la stessa giacca può funzionare meravigliosamente per una persona e in maniera molto meno impressionante per un’altra.
Il sottocasco SIXS: aggiungere uno strato d’estate può avere comunque un senso
A questo punto abbiamo già maglia tecnica, giacca e protezioni.
Qualsiasi persona ragionevole potrebbe pensare che abbiamo finito.
Io invece utilizzo anche un sottocasco estivo SIXS.
Se la strategia per affrontare il caldo consiste normalmente nel togliere strati, aggiungerne uno sulla testa potrebbe sembrare una scelta difficile da difendere.
E infatti la funzione che cerco non è quella di raffreddarmi.
Lo utilizzo soprattutto per gestire meglio il sudore e ridurre quanto ne finisce direttamente dentro l’imbottitura del casco.
Il problema dell’utilizzo estivo del casco non è soltanto ciò che succede durante la singola uscita.
È l’accumulo nel tempo.
Dopo settimane di giornate calde l’interno può assorbire una quantità considerevole di umidità e, se vogliamo evitare che lì dentro inizi a svilupparsi un ecosistema autonomo con proprie istituzioni, bisogna prima o poi fare qualcosa.
Il sottocasco che utilizzo è sottile, gestisce bene il sudore, si lava facilmente e asciuga molto rapidamente.
Durante un viaggio di più giorni diventa particolarmente comodo proprio perché posso lavarlo molto più semplicemente di quanto possa fare con tutta l’imbottitura interna del casco.
Occupa pochissimo spazio e per me è ormai diventato quasi automatico inserirlo nel setup estivo.
Naturalmente conosco motociclisti che d’estate non sopportano assolutamente nulla tra la testa e il casco.
Lo capisco perfettamente.
Come sempre, ciò che conta è il problema che dobbiamo risolvere.
Se vi dà un fastidio superiore al beneficio che ottenete, probabilmente non fa per voi.
Nel mio caso, soprattutto durante le giornate lunghe, il vantaggio nella gestione dell’umidità è sufficiente a giustificarlo.
E anche questa è una piccola dimostrazione di quanto il concetto “meno strati uguale automaticamente più fresco” non sia sempre così semplice quando iniziamo a considerare una giornata intera.
SHARK OXO: nel caldo estivo conta anche ciò che succede quando ci fermiamo
Il casco che sto utilizzando è lo SHARK OXO.
Su questo modello ormai ho già prodotto abbastanza contenuti da poter probabilmente chiedere a SHARK una copia delle chiavi dello stabilimento. Ne abbiamo parlato in recensione, ho realizzato il tutorial per montare l’interfono e, continuando di questo passo, manca davvero soltanto il video su come appoggiarlo correttamente sulla mensola.
Per quanto riguarda l’argomento di questo articolo, però, la caratteristica che mi interessa maggiormente è soprattutto la versatilità del modulare durante una giornata di viaggio.
Quando pensiamo a un casco moto per l’estate, la prima cosa che viene in mente è giustamente la ventilazione durante la marcia.
Ma nei viaggi ho imparato ad apprezzare tantissimo anche ciò che succede quando non sto guidando.
Mi fermo a fare benzina e posso aprire completamente la parte anteriore.
Devo parlare con qualcuno e non sono costretto a togliere il casco.
Sono fermo sotto il sole e voglio semplicemente respirare con un po’ più di libertà per qualche minuto.
Sono piccole situazioni che nel corso di una giornata si ripetono parecchie volte.
Ed è proprio durante le soste che il caldo in moto può diventare più pesante.
Mentre stiamo viaggiando abbiamo almeno il flusso dell’aria. Poi arriviamo al semaforo, alla coda o al distributore e improvvisamente tutto si ferma tranne la temperatura.
Il sole rimane.
Il casco rimane.
La giacca rimane.
Il motore sotto di noi continua a essere caldo.
In quel momento la possibilità di aprire rapidamente il casco diventa una comodità che apprezzo moltissimo.
Ed è proprio questa versatilità nell’intera giornata, più che il singolo parametro isolato, che continua a rendere l’OXO coerente con il mio modo di viaggiare.
Anche qui non sto sostenendo che un modulare sia automaticamente il miglior casco estivo per qualsiasi motociclista.
È semplicemente la tipologia che oggi risponde bene alle mie esigenze di turismo.
Se facessi un uso completamente diverso, magari arriverei a un’altra conclusione.
Guanti Alpinestars SMX-Z Drystar: perché anche qui ho preferito la versatilità alla ventilazione assoluta
Gli ultimi elementi del mio completo sono i guanti Alpinestars SMX-Z Drystar.
Ed è qui che, dopo aver già confessato di utilizzare scarpe Gore-Tex in estate, posso definitivamente perdere ogni credibilità come essere umano intenzionato a combattere il caldo.
Anche i guanti sono infatti pensati per poter gestire meglio condizioni non perfettamente asciutte.
Se l’unico obiettivo fosse la massima ventilazione, sceglierei un guanto molto più aperto.
Non ho alcun dubbio.
Per due ore con 38°C probabilmente sarebbe anche più piacevole.
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Durante un viaggio però ritorna il solito problema: cosa succede se le condizioni cambiano?
Ogni oggetto specializzato che porto rischia di richiederne un secondo per coprire la situazione opposta.
Il guanto estivo purissimo potrebbe richiedere quello da pioggia.
La scarpa apertissima potrebbe spingermi a portare qualcosa per il maltempo.
E progressivamente torniamo al problema delle valigie che crescono senza apparente intervento umano.
Con gli SMX-Z Drystar accetto consapevolmente di rinunciare a una parte della ventilazione disponibile su un modello completamente aperto in cambio di una maggiore flessibilità durante la giornata.
È il compromesso che preferisco oggi.
Non è detto che lo preferirò per sempre e soprattutto non è detto che sia corretto per chiunque.
Se sapessi di uscire esclusivamente con cielo perfettamente sereno e temperature elevatissime, un altro guanto avrebbe probabilmente più senso.
Nel mio utilizzo turistico invece apprezzo il fatto di non dovermi fermare al primo cambiamento del meteo per iniziare a riorganizzare metà dell’equipaggiamento.
E forse è proprio nei guanti che si vede meglio la filosofia dell’intero completo: non sto costruendo l’abbigliamento perfetto per l’ora più calda della giornata, ma quello che riesce a funzionare bene durante tutta la giornata.
Il mio completo estivo nel suo insieme: perché sembra sbagliato, ma nei viaggi funziona
Arrivati a questo punto possiamo finalmente guardare il risultato complessivo.
Fuori ci sono più di 35°C e per affrontare il caldo io ho deciso di indossare pantaloni lunghi, scarpe impermeabili, una maglia tecnica, una giacca motociclistica, un paraschiena completo, protezioni al torace, sottocasco, casco e guanti capaci di affrontare anche il maltempo.
Messa così, effettivamente, sembra una pessima idea.
Ma soltanto se continuiamo a considerare l’obiettivo quello di avere meno caldo possibile.
Il mio obiettivo è diverso.
Voglio riuscire a viaggiare con temperature elevate mantenendo un livello di protezione e comfort per me soddisfacente, senza dover rivoluzionare continuamente quello che indosso quando cambiano altitudine, temperatura e meteo. È la stessa conclusione a cui arrivo nel video: il completo non nasce per eliminare il caldo, ma per affrontarlo senza rinunciare troppo a protezione, comfort e versatilità.
Immaginiamo una giornata reale.
Parto al mattino presto, quando la temperatura è ancora accettabile. In questa fase la struttura di giacca e pantaloni non rappresenta alcun problema e probabilmente le scarpe impermeabili sono indistinguibili, dal punto di vista termico, da molte altre.
Passano le ore e arriva la parte più calda.
Qui giacca e pantaloni iniziano a mostrare il motivo per cui li ho comprati: appena la moto prende velocità l’aria attraversa le grandi superfici ventilate.
Il primo strato gestisce meglio il sudore e il sottocasco evita che tutto finisca direttamente nell’imbottitura.
Poi la strada comincia a salire.
La temperatura può scendere anche parecchio.
All’improvviso il fatto di non aver scelto il capo più leggero disponibile diventa un vantaggio o, almeno, smette di essere uno svantaggio.
Arriva un po’ di pioggia.
Scarpe e guanti continuano a funzionare.
Non devo fermarmi per cambiare mezzo armadio.
Ed è proprio questa continuità che cerco.
Quando viaggio voglio pensare alla strada, al percorso, al panorama e a dove sto andando. Non voglio che ogni cambiamento meteorologico diventi una procedura ai box.
Se riesco a partire al mattino e utilizzare praticamente la stessa configurazione fino alla sera, per me l’equipaggiamento ha già raggiunto un ottimo risultato.
Naturalmente nessun prodotto può essere perfetto in tutte quelle condizioni.
Nell’ora più calda probabilmente una giacca ancora più aperta sarebbe migliore.
Sotto un temporale vero potrei desiderare qualcosa di ancora più impermeabile.
Quando fa fresco esistono capi più caldi.
Ma il turismo, almeno per come lo vedo io, richiede spesso di rinunciare al massimo assoluto in favore di una prestazione buona per un periodo molto più lungo.
È lo stesso concetto della moto touring.
Non deve necessariamente essere la migliore in assoluto in una singola situazione.
Deve essere capace di fare tante cose bene.
La grande differenza tra il caldo in movimento e il caldo da fermi
C’è però una parte dell’esperienza estiva che nessun completo può realmente cancellare: essere fermi.
Possiamo acquistare la giacca con più mesh del mercato, ma quando ci troviamo immobili sotto il sole con 37°C la ventilazione dinamica semplicemente smette di esistere.
È probabilmente il momento in cui sento maggiormente il caldo.
Su una bella strada scorrevole la situazione può essere sorprendentemente gestibile anche con temperature elevate. L’aria continua a muoversi e l’equipaggiamento riesce a svolgere il lavoro per cui è stato scelto.
Poi arrivi in città.
Semaforo.
Coda.
Ripartenza di cinquanta metri.
Altro semaforo.
Ed è lì che inizi lentamente a domandarti perché non hai comprato un cabriolet.
Il problema è ulteriormente amplificato dalla moto stessa. Motore, asfalto e sole contribuiscono tutti alla sensazione generale e, soprattutto su alcune moto, il calore meccanico può farsi sentire parecchio.
Per questo credo che affrontare bene l’estate richieda anche un minimo di pianificazione.
Non possiamo chiedere all’abbigliamento di compensare qualsiasi altra decisione.
Se so che devo attraversare una grande città nel momento più caldo della giornata, magari provo a modificare leggermente il percorso o l’orario.
Se devo fare parecchi chilometri, cerco di partire prima.
Durante le soste sfrutto il casco modulare.
E soprattutto cerco di non considerare una giornata con temperature molto elevate come se fosse identica a una primaverile.
Sembra banale, ma spesso il nostro problema è proprio questo: pretendiamo di fare le stesse cose, agli stessi orari e con le stesse pause, sperando che una giacca più traforata risolva tutto.
Non funziona.
L’abbigliamento per il caldo in moto è soltanto uno degli strumenti disponibili.
Molto importante, certo.
Ma rimane uno strumento.
Viaggi in moto d’estate: la temperatura alla partenza non racconta tutta la giornata
Una cosa che tendo a evitare sempre di più è scegliere l’abbigliamento guardando soltanto la temperatura che trovo davanti alla porta di casa.
Perché in viaggio quel numero potrebbe smettere di avere qualsiasi significato poche ore dopo.
Se vivo in pianura e sto andando verso una zona di montagna, potrei perdere parecchi gradi.
Se rientro la sera, la situazione sarà differente rispetto alle due del pomeriggio.
Se attraverso una zona coperta o arriva un temporale, la temperatura percepita cambia ancora.
È una considerazione particolarmente importante durante l’estate perché siamo portati naturalmente a partire il più leggeri possibile.
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Finché il percorso rimane alla stessa quota e il meteo è stabile può funzionare.
Ma nei viaggi più articolati rischiamo poi di doverci fermare continuamente per aggiungere o sostituire qualcosa.
E qui torno di nuovo alla versatilità.
Un capo che perde qualche punto nella condizione di caldo assoluto ma mi permette di coprire comodamente una finestra molto più ampia di temperature può avere un valore enorme.
Le mie Speedtrek sono l’esempio perfetto.
Con 38°C preferirei sicuramente una scarpa ancora più aperta.
Ma se la stessa giornata prevede poi 22°C in quota e magari venti minuti di pioggia, il bilancio cambia completamente.
La stessa cosa vale per i guanti.
E, in misura diversa, anche per la giacca.
Non sto dicendo che dobbiamo utilizzare in estate un completo quattro stagioni pesantissimo semplicemente perché “potrebbe fare fresco”.
Sto dicendo che, soprattutto nel turismo, vale la pena guardare l’escursione dell’intera giornata.
È un modo di ragionare che mi ha evitato parecchie soste inutili e soprattutto mi permette di partire con meno equipaggiamento duplicato.
Comfort nei lunghi viaggi: la caratteristica più sottovalutata dell’abbigliamento moto
Quando guardiamo una scheda prodotto, il comfort è quasi sempre descritto con qualche parola abbastanza generica.
Vestibilità ergonomica.
Inserti elasticizzati.
Costruzione precurvata.
Tutto utile.
Ma il comfort reale lo scopriamo soltanto utilizzando il capo per molto tempo.
Ed è una cosa alla quale oggi do un peso enorme.
Durante un viaggio ogni piccolo punto di pressione tende a diventare progressivamente più fastidioso.
Una cerniera posizionata male.
Una protezione che dopo qualche ora si sposta.
Una cucitura.
Una scarpa rigida.
Un guanto che stringe.
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La maglietta bagnata.
Sono tutte cose che durante il giro del quartiere potrebbero non emergere nemmeno.
Dopo 400 chilometri diventano protagoniste.
Per questo quando dico che mi sto trovando bene con giacca e pantaloni AMT-7 Air non mi riferisco soltanto al fatto che lasciano passare aria.
Mi interessa altrettanto il fatto che riesca a utilizzarli per parecchio tempo senza iniziare a desiderare qualcosa di diverso.
La stessa logica vale per le Speedtrek.
Probabilmente la loro capacità di farmi camminare comodamente una volta sceso dalla moto conta per me più di qualche punto aggiuntivo di ventilazione.
È difficile comunicarlo in una scheda tecnica, ma in un viaggio fa una differenza enorme.
Da questo punto di vista penso che il miglior abbigliamento touring sia quello che riesce lentamente a sparire.
Lo indossi la mattina e smetti di pensarci.
Non devi continuamente aggiustare qualcosa.
Non aspetti la prima sosta per liberartene.
Non senti un punto che tira.
Quando il prodotto smette di chiedere attenzione, puoi dedicarla al viaggio.
Ed è esattamente ciò che voglio.
Il colore chiaro d’estate: scelta tecnica, estetica o entrambe?
Giacca e pantaloni che utilizzo sono molto chiari e inevitabilmente questa è una delle caratteristiche che saltano immediatamente all’occhio.
La scelta è stata sia estetica sia pratica.
Mi piace moltissimo come appare il completo e non vedo perché dovrei fingere che questo non abbia avuto alcun peso.
Siamo motociclisti, non robot che comprano esclusivamente sulla base di un foglio Excel.
Ogni tanto una cosa la prendiamo anche perché ci piace.
Allo stesso tempo, sotto il sole estivo preferisco personalmente avere superfici chiare rispetto a un completo interamente nero.
Non trasformano naturalmente l’abbigliamento in un frigorifero, ma fanno parte dell’impostazione generale che cercavo per l’estate.
C’è però un piccolo particolare: si sporcano.
Chi avrebbe potuto immaginarlo?
Una giacca molto chiara utilizzata per migliaia di chilometri, esposta a insetti, polvere, strada e tutte le meraviglie che incontriamo viaggiando non rimarrà eternamente uguale alle fotografie del catalogo.
Bisogna semplicemente accettarlo.
Personalmente non è una cosa che mi preoccupa particolarmente. Preferisco godermi il completo e pulirlo quando serve piuttosto che passare ogni uscita pensando alla prima macchia.
È pur sempre abbigliamento motociclistico.
Se dopo un viaggio sembra completamente nuovo, forse abbiamo viaggiato dentro una teca.
Quanto costa il mio abbigliamento moto estivo? Qui la situazione diventa meno divertente
E arriviamo inevitabilmente alla parte in cui tutto il meraviglioso mondo di mesh, Drystar, Gore-Tex, protezioni Plasma e materiali tecnici incontra la realtà.
Il prezzo.
Soprattutto giacca e pantaloni Alpinestars AMT-7 Air costano parecchio.
Ed è esattamente il motivo per cui, anche se mi stanno piacendo molto, non li trasformerei mai automaticamente in un consiglio per chiunque.
Questa distinzione secondo me è fondamentale.
Un conto è chiedermi: sono buoni prodotti?
Per quello che sto sperimentando, la mia risposta è sì.
Un’altra domanda completamente diversa è: hanno senso per tutti?
Per me no.
Nel video arrivo proprio a questa conclusione. Ricomprerei giacca e pantaloni per quello che faccio io perché rispondono alle esigenze per cui li ho scelti, ma non significa che li consiglierei indistintamente a qualsiasi motociclista.
Il rapporto qualità-prezzo non può esistere separato dall’utilizzo.
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Immaginiamo una persona che utilizza la moto principalmente due ore alla settimana, sempre con il bel tempo e senza fare viaggi.
Ha realmente bisogno dello stesso livello di versatilità che cerco io?
Probabilmente no.
Potrebbe acquistare una giacca estiva più semplice, pantaloni molto ventilati, guanti estremamente aperti e scarpe pensate specificamente per temperature alte, spendendo molto meno e ottenendo persino un’esperienza migliore nel proprio utilizzo.
Il prodotto più costoso non è automaticamente quello corretto.
Può offrire più tecnologia, materiali diversi, una costruzione più complessa e funzioni aggiuntive.
Ma se non sfruttiamo niente di tutto questo abbiamo semplicemente pagato per caratteristiche che rimarranno inutilizzate.
Nel mio caso la spesa assume più senso perché faccio turismo e utilizzo realmente buona parte delle caratteristiche del completo.
La ventilazione serve.
La struttura serve.
La comodità sulle lunghe distanze serve.
La possibilità di attraversare condizioni diverse serve.
Ma questa è la mia situazione.
Ed è per questo che preferisco spiegare il ragionamento invece di dire semplicemente “comprate questo”.
Serve spendere così tanto per avere un buon abbigliamento estivo?
Assolutamente no.
E ci tengo a chiarirlo perché, guardando il setup completo, potrebbe sembrare il contrario.
Per affrontare bene l’estate in moto non è indispensabile acquistare esattamente i prodotti che utilizzo io e non serve necessariamente arrivare allo stesso livello di spesa.
Quello che cercherei di mantenere, anche con un budget molto inferiore, è la filosofia.
Partirei sempre dall’utilizzo.
Se faccio turismo, cercherei una giacca sufficientemente ventilata ma adatta a stare molte ore in moto.
Guarderei un pantalone capace di far passare aria senza diventare qualcosa che non mi dà fiducia.
Valuterei attentamente le protezioni.
Utilizzerei un buon primo strato tecnico.
Sceglierei scarpe e guanti in base alle condizioni che incontro normalmente.
I nomi sul cartellino possono cambiare completamente.
Il ragionamento rimane valido.
Anzi, credo che sia proprio questo approccio a permettere di risparmiare.
Perché invece di cercare “il miglior prodotto” possiamo cercare il prodotto meno costoso che soddisfa davvero tutti i requisiti che per noi sono importanti.
È molto diverso.
Se la certificazione di un capo è un requisito, filtro per quella.
Se ho bisogno di molta ventilazione, aggiungo anche quella.
Se devo camminare parecchio, considero la comodità della scarpa fuori dalla moto.
Poi guardo le alternative.
In questo modo evitiamo sia di comprare troppo sia di comprare troppo poco e sostituire tutto pochi mesi dopo.
Il prezzo basso di un prodotto che non utilizzeremo non è necessariamente un risparmio.
Così come un prezzo alto non garantisce automaticamente un buon acquisto.
Il mio setup ha senso per tutti? Dipende soprattutto dal tipo di motociclista
Se dovessi indicare il tipo di utilizzo nel quale vedo maggiormente il senso di un completo come il mio, direi sicuramente moto touring e viaggi estivi medio-lunghi.
È lì che la combinazione tra ventilazione e versatilità riesce a esprimersi meglio.
Se trascorriamo tante ore fuori, attraversiamo zone a quote diverse, non vogliamo fermarci continuamente a cambiare equipaggiamento e continuiamo a dare una certa importanza alla protezione, allora questa filosofia secondo me funziona molto bene.
Per un utilizzo quasi esclusivamente urbano, invece, cambierei diverse cose.
In città la velocità media è inferiore, quindi il flusso d’aria lavora meno. Passiamo molto più tempo fermi, saliamo e scendiamo spesso e probabilmente dobbiamo utilizzare ciò che indossiamo anche una volta arrivati.
In quello scenario darei ancora più importanza a leggerezza e praticità.
Potrei preferire scarpe più ventilate, guanti decisamente più aperti e magari una giacca ancora più semplice.
Per il classico giro domenicale di poche ore cambierebbe ancora.
Se posso scegliere la giornata, guardare le previsioni e tornare a casa prima che le condizioni cambino, non ho bisogno della stessa versatilità.
Posso specializzare molto di più l’equipaggiamento verso il caldo.
Ed è il motivo per cui mi piace poco leggere classifiche tipo “le cinque migliori giacche moto estive” senza un contesto.
La stessa giacca può essere fantastica per me e completamente inutile per un altro motociclista.
Non significa che uno dei due abbia torto.
Significa semplicemente che facciamo cose diverse.
Il caldo estremo non si risolve soltanto comprando una giacca più ventilata
C’è poi un limite oltre il quale dobbiamo smettere di pensare all’abbigliamento come all’unica soluzione.
Quando le temperature diventano veramente elevate, anche il modo in cui organizziamo la giornata assume un’importanza enorme.
Se posso partire presto ed evitare di concentrare il tratto più lento proprio nelle ore peggiori, lo faccio.
Se so che mi aspetta una zona molto trafficata, cerco almeno di tenere conto del momento in cui la attraverserò.
Durante le giornate lunghe faccio soste adeguate e presto attenzione all’idratazione.
Non è necessario trasformare ogni giro in una spedizione nel Sahara, ma ignorare completamente il caldo e sperare che il nuovo completo risolva qualsiasi cosa non è realistico.
Ci sono giornate in cui semplicemente fa davvero caldo.
E sì, esiste anche l’opzione di non utilizzare la moto nelle ore peggiori.
Lo so che è una conclusione poco eroica.
Ma probabilmente quello che a 38°C decide di rimanere sotto l’aria condizionata e uscire la sera è più intelligente di tutti noi che stiamo discutendo da diecimila parole quale tessuto faccia passare più aria.
L’abbigliamento serve a rendere gestibile una situazione.
Non a eliminare l’ambiente esterno.
Prima accettiamo questo, più diventano realistiche anche le nostre aspettative sui prodotti.
Cosa ho imparato costruendo il mio abbigliamento moto estivo
Dopo aver utilizzato questo setup, la cosa più importante che mi porto dietro non è necessariamente il giudizio su un singolo prodotto.
È il metodo.
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Oggi, se dovessi ricominciare tutto da zero, partirei molto meno dai cataloghi e molto di più dalle mie giornate reali.
Quanto tempo trascorro in moto?
Che temperature incontro normalmente?
Quanto spesso vado in montagna?
Quanto cammino una volta arrivato?
Parto anche con meteo incerto?
Quanto spazio ho nei bagagli?
Quali protezioni considero indispensabili?
Quanto soffro personalmente il caldo?
Soltanto dopo inizierei a guardare modelli e marchi.
Perché molto spesso facciamo esattamente il contrario.
Vediamo un prodotto interessante, leggiamo le caratteristiche, ci convinciamo che sia fantastico e poi cerchiamo un modo per farlo entrare nelle nostre esigenze.
È umano.
Soprattutto nel mondo della moto, dove l’acquisto di accessori e abbigliamento è probabilmente una passione parallela perfettamente indipendente dal guidare.
Ma non è il modo più efficiente.
La seconda cosa che ho imparato è che la ventilazione deve essere valutata sull’intero sistema.
Una giacca non lavora da sola.
La maglia tecnica conta.
Il paraschiena conta.
La moto conta.
La posizione di guida conta.
Perfino la velocità media del percorso conta.
La terza è che il comfort dopo parecchie ore merita un peso molto maggiore di quanto gli davo in passato.
Una caratteristica che utilizzo per dieci ore vale probabilmente più di una funzione spettacolare che sfrutto dieci minuti.
Infine, ho capito quanto la versatilità sia importante per il mio modo di fare turismo.
Ogni capo che riesce a coprire più situazioni senza diventare mediocre mi permette di semplificare il viaggio.
Meno ricambi.
Meno soste.
Meno roba da mettere nelle valigie.
Più tempo dedicato alla moto.
È esattamente ciò che voglio.
Rifarei oggi le stesse scelte?
Nel complesso sì.
Gli Alpinestars AMT-7 Air Pants continuano a piacermi perché riescono a combinare una ventilazione molto evidente con una struttura che considero adeguata al touring.
La AMT-7 Air Jacket sta facendo esattamente ciò per cui l’ho comprata: lascia passare molta aria quando viaggio, continua a sembrare una vera giacca da turismo e mi permette di integrare le protezioni che volevo senza rendere la situazione ingestibile.
Il Nucleon Plasma Full Back e le protezioni toraciche rappresentano per me un buon compromesso tra protezione, flessibilità e ventilazione.
Le TCX Speedtrek Gore-Tex non vincerebbero una gara per la scarpa più fresca dell’estate, ma continuano a funzionare molto bene nel contesto più ampio dei miei viaggi.
La maglia tecnica e il sottocasco sono probabilmente gli elementi meno appariscenti, ma fanno parte di quelle piccole cose che dopo parecchie ore apprezzo moltissimo.
Lo SHARK OXO rimane coerente con il tipo di turismo che faccio, soprattutto per la comodità durante le tante soste di una giornata.
Gli Alpinestars SMX-Z Drystar, infine, seguono la stessa filosofia delle scarpe: sacrifico qualcosa sul fronte della ventilazione assoluta in cambio di una maggiore versatilità.
Se domani mi chiedeste se esiste qualcosa che potrebbe funzionare ancora meglio in una singola condizione, quasi sicuramente la risposta sarebbe sì.
Esisterà una scarpa più fresca.
Un guanto più ventilato.
Una giacca ancora più aperta.
Ma il punto non è vincere ogni singola categoria.
Il punto è che, messi insieme, questi prodotti stanno creando un completo con cui riesco a fare ciò che mi interessa veramente: viaggiare.
Abbigliamento e caldo in moto: il compromesso giusto è quello che riusciamo davvero a usare
Alla fine credo che tutto il discorso sull’abbigliamento moto estivo possa essere ridotto a una domanda molto semplice: a cosa siamo disposti a rinunciare per gestire meglio il caldo?
Possiamo rinunciare a parte della protezione per ottenere più leggerezza.
Possiamo accettare un po’ più di caldo in cambio di una maggiore versatilità.
Possiamo utilizzare prodotti estremamente specializzati e portarci dietro più ricambi.
Possiamo costruire un setup capace di fare un po’ di tutto.
Non esiste una risposta corretta in assoluto.
Il mio compromesso oggi consiste nel mantenere un equipaggiamento abbastanza completo dal punto di vista protettivo e lavorare il più possibile sulla ventilazione e sulla gestione dell’umidità.
È una scelta che rispecchia il tipo di turismo che faccio.
Mi permette di partire la mattina, attraversare condizioni differenti e arrivare alla sera senza aver passato metà della giornata a cambiare quello che indosso.
Questo non significa che con 37°C io stia fresco.
Assolutamente no.
Forse è proprio questa la più grande verità dell’intero articolo.
Con 37°C in moto avremo caldo.
Possiamo renderlo più sopportabile.
Possiamo evitare di essere completamente sigillati.
Possiamo scegliere tessuti e protezioni che lascino circolare più aria.
Possiamo gestire meglio il sudore.
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Possiamo organizzare le giornate in modo più intelligente.
Ma nessun completo trasformerà agosto in una fresca mattina di ottobre.
Una volta accettato questo, però, secondo me diventa anche molto più facile comprare bene.
Non cerco più il prodotto che mi promette di “non sentire caldo”.
Cerco quello che mi permette di continuare a viaggiare nonostante il caldo, mantenendo ciò che considero importante.
Ed è esattamente ciò che sto ottenendo con il mio attuale setup.
Costoso?
Sì, soprattutto in alcuni elementi.
Perfetto?
No.
Lo consiglierei automaticamente a chiunque?
Assolutamente no.
Lo ricomprerei pensando alle mie esigenze?
Ad oggi sì.
Ed è probabilmente questa la valutazione più sincera che posso dare.
Il resto dipende da voi, dal tipo di moto che utilizzate, dai viaggi che fate e dal compromesso che siete disposti ad accettare.
C’è chi non rinuncerebbe mai alle protezioni.
Chi d’estate vuole soltanto abbigliamento supertraforato.
Chi cambia completamente setup in base alla giornata.
E poi c’è quello che vede 36°C sul termometro, guarda la moto in garage e decide che quel giorno il vero accessorio tecnico sarà il telecomando del climatizzatore.
Probabilmente, ancora una volta, è lui quello che ha capito tutto.
Io nel frattempo continuo a mettere pantaloni lunghi, scarpe Gore-Tex, maglia tecnica, giacca, paraschiena, protezioni toraciche, sottocasco, casco e guanti.
E parto.
Perché in fondo nessuno ha mai detto che essere motociclisti dovesse essere un’attività completamente razionale.
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