Ci sono cose alle quali, da motociclista, pensi di essere preparato. Una macchina che ti taglia la strada, qualcuno che apre lo sportello senza guardare, una frenata improvvisa nel traffico, la classica buca che sembra comparire dal nulla proprio quando hai deciso di rilassarti per trenta secondi. Non sono situazioni piacevoli, naturalmente, ma fanno parte di quei rischi che impari a riconoscere quando trascorri tanto tempo in sella. Ti abitui a osservare, a prevedere le mosse degli altri, a tenere una distanza di sicurezza e soprattutto a non dare mai per scontato che chi ti sta intorno ti abbia visto. Poi arriva qualcosa che non avevi messo in conto, non perché sia impossibile, ma perché dentro di te continui a pensare che certe cose capitino sempre a qualcun altro. Nel mio caso, quel qualcosa è stato un tentato furto della moto mentre ero ancora seduto sopra, fermo a un semaforo, nel pieno della città. Non una moto parcheggiata che sparisce durante la notte, non un antifurto forzato, non un ladro ripreso dalle telecamere di un garage. Due persone su uno scooter, una che si avvicina di corsa, uno spintone, una mano sul manubrio e la sensazione improvvisa che la situazione possa prendere una piega molto, molto brutta.

Vi racconto questa storia perché, quando ho deciso di aprire Voonexio, l’idea non era soltanto condividere belle strade, panorami, moto nuove e accessori da provare. Volevo parlare di motociclismo per quello che è davvero, con tutte le soddisfazioni e tutte le complicazioni che si porta dietro. Ci sono le giornate in cui torni a casa con il sorriso dopo aver guidato per ore e quelle in cui torni con un’esperienza che avresti preferito non vivere. Questa appartiene decisamente alla seconda categoria. Avrei potuto limitarmi a dire che hanno cercato di rubarmi la moto, che sono riuscito ad andare via e che fortunatamente non mi sono fatto male. Sarebbe stato tutto vero, ma sarebbe mancata la parte più importante: io ho reagito d’istinto e ho fatto delle cose pericolose, prima per sottrarmi all’aggressione e poi mentre cercavo di scappare. A ripensarci, la cosa che mi spaventa non è soltanto quello che due sconosciuti hanno tentato di farmi, ma anche la facilità con cui il panico è riuscito a trasformare una persona che normalmente cerca di guidare con attenzione in qualcuno che, nel giro di pochi istanti, ha rischiato di mettere in pericolo se stesso e gli altri.

Non aspettatevi quindi il racconto del motociclista eroico che mette in fuga i cattivi e si allontana trionfante sulle note di un film d’azione. Quella versione della storia potrebbe sembrare divertente da raccontare tra amici, magari davanti a una birra, ma avrebbe ben poco a che vedere con ciò che ho provato realmente. Io non mi sono sentito un eroe. Mi sono sentito aggredito, confuso, spaventato e, quando tutto è finito, mi sono ritrovato seduto per terra con le mani che tremavano. La moto era ancora con me, è vero, ma non era affatto questa la cosa che mi interessava in quel momento. Mi interessava essere arrivato in un posto sicuro e rendermi conto di essere ancora tutto intero. Se oggi riesco a scriverne con un minimo di lucidità è perché ho avuto il tempo di riflettere su alcuni dettagli, di ricostruire quello che ricordo e di accettare che non tutte le domande avranno una risposta. È una storia personale, non un manuale di autodifesa né una lezione impartita dall’alto di un piedistallo. Anzi, se c’è una lezione è proprio il contrario: sapere in teoria come sarebbe prudente comportarsi non significa riuscire a farlo quando qualcuno ti aggredisce davvero.

Doveva essere soltanto un caffè e un giro in moto

La cosa quasi assurda è che non avevo organizzato niente di particolare. Ero appena rientrato da una vacanza e avevo addosso quella voglia tipica di chi è rimasto lontano dalla moto per qualche giorno. Chi condivide questa passione sa esattamente cosa intendo: puoi trovarti in un posto bellissimo, divertirti, riposarti e goderti le ferie, ma quando torni e rivedi la moto ferma in garage scatta qualcosa. Non serve avere un itinerario da seicento chilometri, una destinazione epica o un programma da mototurista professionista. A volte basta mettersi il giubbotto, infilare il casco e andare a prendere un caffè con un amico, magari scegliendo una strada appena più piacevole del percorso più breve. Avevo ancora tutte le cose del rientro da sistemare, dalle lavatrici al resto della normale vita domestica, perciò l’idea era proprio questa: uscire un po’, godermi la moto e incontrare una persona con cui fare due chiacchiere. Un programma assolutamente ordinario, di quelli che normalmente non meritano neppure di essere raccontati.

Ero a Napoli, nella zona di Fuorigrotta, e mi stavo dirigendo verso Mergellina. Conosco bene quelle strade, o comunque abbastanza da non viverle come un percorso sconosciuto. Il traffico cittadino ha le sue regole non scritte, i suoi ritmi, il continuo alternarsi di auto e scooter, i semafori che scandiscono un tragitto altrimenti banalissimo. Non stavo attraversando un quartiere deserto nel cuore della notte, né affrontando una situazione in cui avrei avuto un motivo particolare per allarmarmi. Era una normale mattinata, con altre persone in strada, macchine ferme, movimento tutt’intorno. Ripensandoci, credo che anche questo sia uno dei motivi per cui l’episodio mi abbia colpito così tanto: nella nostra testa tendiamo ad associare certe aggressioni a luoghi isolati, a contesti eccezionali, a circostanze nelle quali ti dici che forse sarebbe stato meglio non passare. Io, invece, ero semplicemente fermo al semaforo lungo un percorso che avrei potuto fare mille altre volte senza ricordarmene nemmeno cinque minuti dopo.

Quando vado in moto, soprattutto in città, cerco già di essere attento a ciò che succede alle mie spalle. Non perché mi consideri particolarmente paranoico, ma perché ho vissuto in passato una situazione in cui ho rischiato di essere tamponato. Da allora, quando mi fermo, mi capita spesso di dare un’occhiata agli specchietti retrovisori. È diventato quasi un automatismo: rallento, mi arresto, verifico se dietro arriva qualcuno troppo velocemente e cerco di capire quanto spazio ho intorno. È un’attenzione che nasce dal timore del comportamento degli altri automobilisti, non dall’idea che qualcuno possa arrivare per portarmi via la moto con la forza. Quel giorno ero posizionato tra due auto, leggermente più avanti rispetto ai loro frontali, con entrambi i piedi ben appoggiati sull’asfalto. Avevo il cambio in folle. Indossavo il casco modulare, con la mentoniera sollevata, e nell’interfono c’era un po’ di musica a basso volume. Tutto molto normale, fin troppo normale, e questo è un dettaglio che continuo a trovare significativo: fino al momento prima dell’aggressione non c’era stato niente che mi facesse pensare a un pericolo imminente.

Per un motociclista, stare fermo tra due auto a un semaforo non è esattamente una situazione fuori dal comune. Ti abitui a cercare il tuo spazio, a controllare le ruote dei veicoli accanto, a capire quando sta per scattare il verde e a non farti sorprendere da chi decide di cambiare corsia all’ultimo istante. È una specie di piccola coreografia urbana, certamente meno romantica di un passo di montagna, ma parte della vita quotidiana di chi usa le due ruote. Il problema è che in quella coreografia, nella mia testa, gli altri protagonisti avevano comportamenti prevedibili entro certi limiti. Una macchina poteva avanzare di mezzo metro, uno scooter poteva infilarsi davanti, qualcuno poteva suonare il clacson perché il semaforo era diventato verde da una frazione di secondo. Non avevo immaginato il gesto di una persona che scende dal proprio mezzo e si lancia fisicamente contro di me. E non penso che ogni motociclista debba vivere immaginando un’aggressione dietro ogni angolo: sarebbe insostenibile. Però è proprio la distanza tra la tranquillità di quei secondi e quello che è accaduto dopo a rendere il ricordo tanto difficile da mettere da parte.

A posteriori ho ripensato anche a dettagli che, in condizioni normali, non avrei mai considerato importanti. Il fatto di avere la moto in folle, per esempio. Quando ti fermi a un semaforo può sembrarti una scelta di comodità, un modo per rilassare la mano sinistra in attesa del verde. In quei secondi, però, significava anche che per partire avrei dovuto prima inserire la marcia, coordinare frizione e acceleratore, ritrovare l’equilibrio. Non sto dicendo che tenere sempre la prima inserita sia la soluzione magica per evitare una rapina: una situazione violenta non si risolve con una ricetta meccanica, e la priorità rimane non trasformare un’aggressione in qualcosa di ancora più pericoloso. Dico semplicemente che, dopo, la mente torna su qualsiasi dettaglio e prova a capire se ci fosse qualcosa che poteva cambiare l’esito. Il modo in cui ero fermo, la posizione delle auto, la disponibilità di una via d’uscita, persino quella musica che ascoltavo per rendere più piacevole il tragitto. È un processo quasi automatico, ma bisogna stare attenti a non confondere il ragionamento successivo con la pretesa di poter prevedere tutto. Perché fino a quel momento io non avevo fatto niente di straordinario: stavo andando a prendere un caffè.

Lo scooter grigio, lo spintone e quei secondi impossibili da mettere in ordine

A un certo punto, dal lato destro, ho visto arrivare uno scooter grigio. Non saprei dirvi il modello, e sinceramente sarebbe scorretto inventarmelo adesso per rendere il racconto più preciso di quanto i miei ricordi permettano. So che sopra c’erano due ragazzi, vestiti con pantaloncini corti e maglietta, entrambi con il casco integrale. Lo scooter si è portato davanti all’auto che avevo vicino e ha frenato bruscamente. All’inizio non ho capito che cosa stesse succedendo. In una città trafficata capita di vedere scooter fare manovre improvvise, fermarsi dove non te lo aspetti o infilarsi in uno spazio minuscolo. Non è una giustificazione per chi guida male, sia chiaro, ma è qualcosa che il cervello riconosce come appartenente al normale caos della strada. La scena è cambiata radicalmente quando il passeggero è sceso ed è venuto rapidamente verso di me. Non avevo il tempo di elaborare una teoria, chiedermi che cosa volesse o fare un ragionamento su come difendermi. Mi sono trovato questa persona addosso, praticamente senza preavviso, mentre ero ancora seduto sulla moto.

Ancora adesso non posso descrivere con certezza ogni movimento che ha fatto. Ricordo che si è avvicinato dal lato destro, che ha cercato di agire sulla parte del manubrio e che mi ha dato una spinta molto forte. Mi è sembrato che volesse bloccare la zona del freno anteriore o comunque impedirmi di controllare la moto, ma non posso esserne sicuro. I paramani rendevano meno immediato raggiungere la leva, e potrebbe anche darsi che cercasse semplicemente di trattenere il mezzo per evitare che cadesse. Non so quale fosse esattamente la sua intenzione in quel gesto, e non voglio trasformare una supposizione in un fatto. Quello di cui sono sicuro è la violenza dello spintone e il tentativo di intervenire sul manubrio mentre ero sopra. Non è stato qualcuno che si è avvicinato per chiedermi indicazioni, né un equivoco causato da una manovra stradale. Era un’aggressione concreta, fisica, improvvisa. Una di quelle situazioni in cui non hai neppure il tempo di pronunciare una frase completa prima di dover reagire a quello che sta succedendo.

La moto, tra l’altro, non è un oggetto leggero che sposti con un dito. Parliamo di un mezzo intorno ai duecentotrenta chili, con un baricentro e un ingombro che a moto ferma si fanno sentire. Io sono alto circa un metro e ottanta, peso all’incirca settantacinque chili e fortunatamente riesco ad appoggiare bene entrambi i piedi per terra. Questo mi ha aiutato a non cadere immediatamente quando sono stato spinto. Mi sono sbilanciato, certo, e per una frazione di secondo ho sentito tutto il peso del mezzo muoversi in una direzione che non avevo scelto, ma sono rimasto in piedi. Non voglio costruirci sopra qualche teoria sull’altezza ideale del motociclista: una persona più alta può comunque perdere l’equilibrio e una più bassa può avere ottime capacità di gestione della moto. In quel momento, semplicemente, essere già ben appoggiato all’asfalto ha probabilmente fatto la differenza tra ritrovarmi a terra insieme al veicolo e rimanere nella posizione dalla quale ho reagito. È un dettaglio pratico, non una medaglia da appendere al muro, e soprattutto non è una garanzia che in un’altra circostanza la stessa cosa sarebbe andata nello stesso modo.

La sensazione più difficile da spiegare, però, non riguarda il peso della moto né la forza dello spintone. Riguarda il momento in cui il cervello smette di trattare quello che vede come normale traffico e capisce che una persona sta cercando di aggredirti. Fino a un secondo prima sei concentrato sul semaforo e sul tragitto; un secondo dopo devi rivedere completamente il significato di ciò che ti circonda. Lo scooter non è più soltanto uno scooter, il ragazzo non è più un passante, le auto accanto non sono più un dettaglio del traffico ma ostacoli che possono impedirti di muoverti, e la moto sotto di te diventa contemporaneamente qualcosa che vuoi tenere e qualcosa che potrebbe intrappolarti. Non ricordo di aver avuto un pensiero lucido del tipo: «Mi stanno rubando la moto, adesso devo seguire questi passaggi». Ricordo piuttosto frammenti: un movimento rapido, una mano, lo spintone, lo sbilanciamento. È facile ricostruire una sequenza lineare quando la racconti; molto meno facile è vivere quella sequenza quando non sai neppure se durerà due secondi o se tra poco succederà qualcosa di peggio.

C’è anche un altro aspetto sul quale mi sono interrogato parecchio: la presenza delle persone intorno. Ero in mezzo al traffico, tra delle auto, in una zona abitata. Istintivamente si potrebbe pensare che un’aggressione così sia improbabile davanti ad altri automobilisti, e invece è successa. Da qui a sostenere che nessuno abbia visto o che nessuno abbia provato a fare qualcosa ce ne passa, perché io ero talmente concentrato su ciò che mi stava succedendo che non saprei raccontarvi le reazioni di chi mi era accanto. Non posso attribuire comportamenti a persone che non ho osservato. Posso però dirvi che avere gente intorno non mi ha dato, in quel momento, alcuna sensazione di sicurezza. Non perché gli altri fossero indifferenti, ma perché l’aggressione è stata talmente veloce che mi sono trovato a doverla affrontare prima ancora di poter cercare aiuto. Ed è proprio questa velocità che continua a colpirmi quando ripenso a un tentato furto di moto avvenuto in un contesto così ordinario: quello che per qualcuno è un gesto improvviso di pochi secondi, per chi lo subisce può diventare un ricordo molto più lungo.

Ho reagito d’istinto. Ed è la parte della storia che non voglio abbellire

Ho praticato arti marziali per diversi anni, in particolare kung fu e Wing Chun. Non è un dettaglio che racconto per fare il fenomeno o perché abbia intenzione di trasformare questo articolo in una dimostrazione di tecniche di combattimento. Anzi, lo cito proprio perché credo abbia avuto un ruolo nella mia reazione, che considero sbagliata. Quando il ragazzo mi ha spinto e mi sono sbilanciato, il corpo ha risposto in una maniera quasi automatica. Ho sfruttato quel movimento per colpirlo nella zona sotto il casco, all’altezza della gola o poco più in basso. Non so se, dopo il colpo, sia inciampato sul mio piede oppure abbia perso l’equilibrio contro l’auto davanti; ricordo soltanto che è finito a terra. Tutto è successo velocemente, e sarebbe disonesto fingere di ricordare una successione di gesti perfetta, come se stessi rivedendo un filmato al rallentatore. Non ho un filmato. Non avevo una telecamera accesa che riprendesse l’episodio. Ho quello che ho visto, quello che ho percepito e una memoria che, inevitabilmente, ha dovuto fare i conti con lo spavento.

Vi assicuro che sarebbe facilissimo raccontare questo passaggio in maniera diversa. Basterebbe enfatizzare il fatto di aver praticato arti marziali, descrivere il colpo come una mossa studiata, aggiungere una frase ad effetto e concludere che il malintenzionato ha avuto ciò che meritava. Magari qualcuno, leggendo, troverebbe anche il tutto soddisfacente. Ma non è il messaggio che voglio far passare, perché quello che è accaduto non ha dimostrato che so difendermi bene. Ha dimostrato soprattutto quanto sia pericoloso reagire fisicamente quando non sai chi hai di fronte, se sia armato, se abbia dei complici e fin dove sia disposto a spingersi. Il fatto che io sia riuscito a mantenere il controllo della moto e a colpire l’aggressore non rende la scelta prudente. Avere esperienza in una disciplina non ti dà la possibilità di controllare ogni variabile di una situazione reale, tanto meno quando sei seduto su una moto pesante, con il casco addosso, un’altra persona che ti spinge e lo spazio limitato dal traffico. Quello che succede su una strada non è un allenamento, non è una gara e non prevede qualcuno pronto a interrompere tutto quando le cose vanno male.

A volte sento dire che, davanti a un furto o a una rapina, bisogna farsi rispettare, non lasciargliela passare liscia, reagire per difendere ciò che è nostro. Capisco da dove nasca quel sentimento, soprattutto quando si parla di una moto acquistata con tanti sacrifici. C’è la rabbia di vedere qualcuno che pretende di portarti via un bene per il quale hai lavorato, risparmiato, magari rinunciato ad altro. C’è un istinto di difesa che non si può liquidare con due parole e c’è l’umiliazione di essere trattato come un ostacolo da spostare. Però tra comprendere emotivamente quella reazione e considerarla una buona strategia c’è un’enorme differenza. Io non mi sono messo a fare calcoli; ho reagito prima ancora di rendermi pienamente conto di quello che stavo facendo. Eppure, proprio perché è andata relativamente bene, sento il dovere di non trasformare il mio gesto in un consiglio. Se qualcuno leggesse questa storia e ne uscisse convinto che il modo migliore per affrontare due aggressori sia colpirne uno e poi lanciarsi nel traffico, avrei raccontato tutto nel modo peggiore possibile.

La prima domanda che mi sono fatto dopo non è stata se il colpo fosse stato efficace. È stata: e se quella persona avesse avuto un’arma? Quando si è rialzata, ho visto un movimento verso una tasca. Non so che cosa stesse cercando, e voglio sottolinearlo perché la differenza conta. Non posso dire che avesse una pistola, un coltello o qualunque altra cosa. Potrebbe non avere avuto nulla di pericoloso; potrebbe avere semplicemente fatto un gesto che io, in quello stato di allarme, ho interpretato come una minaccia. Ma il punto non cambia: in quel momento non avevo modo di saperlo. Mi sono reso conto che un confronto fisico avrebbe potuto diventare qualcosa di enormemente più grave nel giro di un attimo. Non avevo protezioni capaci di rendermi invulnerabile, non avevo il controllo su ciò che avrebbe fatto l’altra persona e non sapevo nemmeno come avrebbe reagito chi era rimasto sullo scooter. Mi sono trovato davanti a uno scenario in cui la priorità, finalmente, non era più tenere la moto ma allontanarmi dal pericolo. Ed è lì che è cominciata la seconda parte della storia, quella nella quale ho commesso altri errori, questa volta mentre ero alla guida.

La fuga nel traffico di Napoli: quando la paura ti fa guidare come non dovresti

Quando ho visto quel movimento verso la tasca, ho fatto l’unica cosa che in quel momento sono riuscito a pensare: ho inserito la prima e sono partito. Non saprei dirvi quanto abbia fatto soffrire la frizione con quella partenza; so soltanto che ho dato gas in una maniera che, in una situazione normale, mi sarei rimproverato immediatamente. La moto è scattata in avanti e io ho attraversato l’incrocio nonostante il semaforo fosse rosso. Vorrei fermarmi un momento su questo punto, perché è importante non raccontarlo con il linguaggio di una scena spettacolare. Non è stata una bella partenza, non è stata una manovra da mostrare agli amici, e non è un suggerimento per chi dovesse trovarsi in una situazione simile. È stata la risposta disordinata di una persona che aveva appena subito un’aggressione e aveva paura che qualcuno potesse tirare fuori un’arma. Il fatto che io stia bene e che la moto non abbia riportato le conseguenze peggiori non cancella il pericolo che ho creato attraversando un incrocio con il rosso. E non vorrei che il senso di questa storia andasse perso proprio lì, confondendo una fuga disperata con una dimostrazione di abilità alla guida.

Mentre acceleravo ho rischiato di finire addosso a una ragazza che stava attraversando sulle strisce pedonali. Ogni volta che torno con la mente a quel passaggio provo un disagio difficile da spiegare, perché quella ragazza non aveva niente a che vedere con ciò che mi era appena successo. Stava semplicemente attraversando la strada, facendo qualcosa che tutti dovrebbero poter fare senza doversi preoccupare di una moto che arriva all’improvviso. Non so se leggerà mai queste righe, come non so se abbia capito che cosa stava accadendo pochi metri più indietro. So però che le devo delle scuse. Le devo perché la mia paura, comprensibile o meno, l’ha esposta a un rischio che non aveva scelto di correre. E le devo anche perché, quando si racconta un episodio del genere, è troppo facile concentrarsi soltanto sul protagonista della storia, dimenticandosi delle persone che ne vengono coinvolte senza volerlo. Io ero la vittima di un’aggressione, ma in quei secondi avrei potuto provocare un altro incidente. Le due cose possono essere vere contemporaneamente e non serve nasconderne una per riconoscere l’altra.

Subito dopo ho cominciato a correre lungo le strade che portano da Fuorigrotta verso Mergellina. Parlo di correre nel senso più sbagliato del termine: accelerazioni eccessive, cambi di posizione tra le auto, quella fretta cieca di mettere distanza tra me e lo scooter. Normalmente cerco di evitare queste cose, soprattutto in città, dove basta davvero poco per ritrovarsi davanti a un ostacolo che non hai visto. In quel momento, invece, non ragionavo come il motociclista che conosce i rischi del traffico urbano. Ragionavo come una persona convinta di essere ancora inseguita, perché nello specchietto vedevo lo scooter dietro di me. Non posso dirvi se chi lo guidava avesse intenzione di raggiungermi a ogni costo o che cosa pensassero i due ragazzi; posso soltanto dirvi che io li ho visti proseguire nella mia direzione e che, dopo l’aggressione appena subita, ho interpretato quella presenza come una minaccia ancora attiva. Questa percezione ha guidato tutto il resto, trasformando una strada familiare in un percorso dal quale volevo soltanto uscire il prima possibile.

Ricordo il passaggio nella galleria che collega quella zona a Mergellina, il rumore della strada, il senso di urgenza che aumentava e una sola idea che cominciava finalmente a prendere forma in mezzo al caos: dovevo raggiungere un posto dove potessi chiedere aiuto. Conoscevo una zona nella quale spesso si trovano presidi delle forze dell’ordine, e sapevo che proseguendo verso il lungomare avrei potuto cercare una pattuglia. Era forse il primo pensiero relativamente concreto dopo la partenza dal semaforo. Non volevo più confrontarmi con quelle persone, non volevo fermarmi a discutere e non avevo alcuna intenzione di inseguirle o di scoprire chi fossero. Volevo solo raggiungere qualcuno in grado di aiutarmi. Il problema è che anche quando hai in testa un obiettivo ragionevole puoi cercare di raggiungerlo nel modo peggiore possibile. La differenza tra il luogo in cui vuoi arrivare e il comportamento con cui ci arrivi è enorme; io quella differenza l’ho capita davvero soltanto dopo.

Al termine della galleria mi sono trovato davanti a un altro semaforo. Ho visto di nuovo lo scooter dietro e non mi sono fermato neppure lì. Mi sono preso gli insulti delle persone che passavano, e non posso biasimarle per ciò che vedevano: un motociclista che non rispetta il rosso e attraversa il traffico in modo pericoloso. Loro non avevano necessariamente visto l’aggressione, non conoscevano ciò che stavo cercando di evitare e non potevano leggere quello che avevo in testa. Se avessi assistito alla stessa scena senza sapere nulla del contesto, probabilmente avrei reagito con la stessa indignazione. È uno di quei paradossi che ho ripensato più volte: io mi sentivo minacciato e cercavo sicurezza, ma agli occhi degli altri potevo apparire come la persona che stava creando il pericolo. Non lo dico per giustificarmi; lo dico perché trovo importante ricordare quanto sia parziale la nostra prospettiva quando giudichiamo un episodio osservandone soltanto gli ultimi secondi.

C’è stata anche una curva che ho affrontato senza la prudenza necessaria, quasi senza rendermi conto di quanto stessi chiedendo alla moto. A raccontarla adesso potrei descrivere la piega, la traiettoria, la rapidità con cui sono uscito dalla galleria, ma sarebbe un esercizio fuori luogo. Una curva presa troppo forte su strada aperta al traffico non diventa un merito soltanto perché sei riuscito a percorrerla senza cadere. Avevo paura, ero concentrato su ciò che vedevo negli specchietti, stavo andando verso il lungomare e cercavo di arrivare al punto in cui speravo di trovare una pattuglia. In condizioni normali è proprio nei momenti in cui hai la testa occupata da altro che dovresti ridurre il ritmo e recuperare lucidità; lì, invece, stavo facendo l’opposto. È una contraddizione che vale la pena mettere nero su bianco, soprattutto su un sito in cui parlo spesso di guida, sicurezza e attenzione ai comportamenti altrui. Non voglio che la passione per la moto diventi un alibi per raccontare in modo romantico manovre che avrebbero potuto avere conseguenze gravissime.

Ripensandoci, il punto più inquietante della fuga è che non ricordo di aver fatto valutazioni precise sulle alternative. Non avevo un piano, non avevo il tempo di chiamare qualcuno e non ero in grado di ragionare con la calma necessaria su ogni incrocio. Avevo un percorso mentale che puntava verso una zona dove speravo di trovare aiuto, ma per il resto stavo reagendo continuamente a quello che accadeva. Ogni veicolo era un ostacolo da superare, ogni semaforo un impedimento, ogni secondo trascorso con lo scooter ancora visibile una ragione in più per accelerare. È un meccanismo che, visto da fuori, può apparire irrazionale, e infatti molte mie scelte lo sono state. Non serve fingere il contrario. Non sono un esperto di psicologia e non voglio attribuirmi diagnosi o spiegazioni scientifiche che non mi competono; posso soltanto descrivere l’effetto che la paura ha avuto su di me. Mi ha ristretto lo sguardo, mi ha fatto perdere la capacità di dare il giusto peso ad altri pericoli e mi ha convinto che scappare più velocemente fosse l’unica risposta possibile.

C’è una differenza enorme tra sapere che una moto può accelerare molto e scegliere di usare quella capacità in modo sensato. Spesso parliamo delle prestazioni delle nostre moto con entusiasmo, discutiamo di coppia, ripresa, potenza, elettronica e controlli come se fossero strumenti capaci di tirarci fuori da qualsiasi impiccio. Ma nessuna tecnologia può restituirti il giudizio che perdi se sei nel panico, e nessun motore è tanto brillante da cancellare un pedone sulle strisce o un’auto che attraversa regolarmente un incrocio. La mia moto, in quei secondi, ha fatto quello che le ho chiesto. Il problema era quello che le stavo chiedendo. È una distinzione che mi ha colpito particolarmente perché, da appassionato, tendo sempre a ragionare su quanto il mezzo sia sicuro, stabile, intuitivo, capace di aiutare il pilota. Tutto vero, entro certi limiti, ma resta sempre qualcuno che gira la manopola del gas e decide dove andare. E quel qualcuno, per qualche minuto, ero io in una condizione nella quale non stavo decidendo bene.

Una volante, due motociclisti della polizia e il momento in cui mi sono fermato davvero

Sono arrivato nella zona verso cui mi stavo dirigendo e ho avuto la fortuna di trovare una volante e due poliziotti con delle moto. Fino a quel momento avevo continuato a muovermi come se fermarmi significasse espormi nuovamente al rischio; davanti a loro, finalmente, ho potuto interrompere quella fuga. Ho spento la moto e mi sono seduto a terra. Non è un dettaglio scenografico messo qui per rendere il racconto più drammatico: è quello che ho fatto davvero. Avevo le gambe e le mani che tremavano, ero scosso e non riuscivo neppure a rialzarmi subito. Credo che siano stati proprio quei minuti a farmi capire quanto fosse stato pesante ciò che avevo appena vissuto. Finché continuavo ad accelerare, l’urgenza copriva tutto il resto. Quando il motore si è spento e non avevo più bisogno di guardare negli specchietti, il corpo ha presentato il conto. Non sentivo la soddisfazione di essere riuscito a salvare la moto. Sentivo soltanto che avevo bisogno di fermarmi, di recuperare fiato e di convincermi che nessuno stesse per arrivarmi addosso un’altra volta.

I poliziotti si sono avvicinati per chiedermi che cosa fosse successo e io, almeno all’inizio, non riuscivo a spiegarmi con ordine. Continuavo a ripetere che mi stavano rapinando, che qualcuno aveva cercato di portarmi via la moto. In una situazione normale sono una persona che parla parecchio, lo sapete se avete visto anche soltanto qualche mio video, e di solito non faccio fatica a raccontare un episodio nei dettagli. Lì, invece, mi mancavano le parole necessarie per costruire una frase completa. È un ricordo che mi è rimasto particolarmente impresso, forse proprio perché contrasta con il modo in cui sono abituato a comunicare. Sul canale posso scegliere un argomento, prepararmi, raccontarlo e montarlo come preferisco. In quella piazzetta non c’era nessuna possibilità di scegliere la versione migliore della storia. C’ero io, seduto sull’asfalto, che provavo a far capire a due persone che avevo avuto davvero paura e che non ero semplicemente un motociclista arrivato di fretta.

Su come si sono comportati quei poliziotti voglio spendere qualche parola, perché sono stati gentili, pazienti e disponibili in un momento in cui ne avevo un enorme bisogno. Mi hanno aiutato a tranquillizzarmi, mi hanno invitato a togliere il casco e mi hanno lasciato il tempo di riprendermi prima di chiedermi di raccontare con precisione l’accaduto. Uno di loro è andato persino a prendermi una bottiglia d’acqua. Può sembrare una cosa piccola, e forse in condizioni normali lo sarebbe, ma vi assicuro che quando sei seduto a terra, tremi e non riesci a mettere insieme i pensieri, quel gesto vale tantissimo. Ricordo di aver bevuto quasi senza fermarmi, come se soltanto allora mi fossi accorto di avere la gola completamente secca. Non conosco il nome dell’agente e non so se leggerà mai queste righe, ma voglio ringraziarlo. Ringrazio anche gli altri per avermi dato il tempo di rimettermi in sesto senza farmi sentire d’intralcio. A volte raccontiamo gli incontri con le forze dell’ordine soltanto quando qualcosa non funziona; mi sembra giusto fare altrettanto quando qualcuno dimostra umanità e attenzione.

Sono rimasto con loro a lungo, abbastanza da riuscire finalmente a ricostruire la vicenda con un minimo di ordine. Ho spiegato da dove arrivavo, che cosa era successo al semaforo, lo spintone, la mia reazione, la fuga e la presenza dello scooter alle mie spalle. Non avevo però gli elementi che normalmente si vorrebbero avere in una situazione del genere: non avevo visto i volti dei due ragazzi perché indossavano il casco integrale, non conoscevo il modello dello scooter e non potevo indicare con certezza una targa. Non avevo una registrazione dell’aggressione. Mi rendevo conto di quanto fosse difficile passare dal vissuto di quegli istanti a una descrizione utile a chi avrebbe dovuto raccogliere informazioni. È molto diverso dire «mi hanno aggredito» e poter specificare in maniera attendibile chi, come e con quale veicolo. Eppure la mancanza di tutti quei dettagli non rendeva meno reale la paura che avevo provato. Significava solo che, oltre all’episodio in sé, avrei dovuto accettare anche l’incertezza su come sarebbe stato possibile identificarne i responsabili.

Gli agenti mi hanno consigliato di presentare denuncia e mi hanno anche proposto di accompagnarmi a casa. Ho accettato di essere scortato per un tratto, almeno fino a superare la zona che associavo all’aggressione, poi sono rientrato da solo. Mi sono domandato più volte come sarebbe andata se non avessi trovato una pattuglia proprio lì. Non posso saperlo, naturalmente, e non ha senso inventare scenari sempre più estremi. Posso però riconoscere che sapere dove cercare un luogo presidiato e riuscire a raggiungerlo è stato importante, così come lo è stato trovare persone disposte a darmi assistenza immediata. A quel punto il problema non era più recuperare una moto rubata, perché per fortuna la moto era ancora con me. Il problema era rimettermi nella condizione di tornare a casa senza continuare a guidare come avevo fatto nei minuti precedenti. E su questo l’aiuto ricevuto ha fatto una differenza enorme.

Quando finalmente sono arrivato a casa, non credo di aver pensato a una grande conclusione da raccontare. Avevo bisogno di ritrovare un po’ di normalità dopo una mattinata in cui un gesto improvviso aveva stravolto tutto. È curioso come a volte il rumore del motore, che per un motociclista è quasi una compagnia, possa diventare il suono che accompagna una fuga e poi il silenzio che arriva quando finalmente spegni la moto. Avevo già fatto tante volte il percorso tra Fuorigrotta e Mergellina, eppure ora a quel tragitto si aggiungeva un ricordo del tutto diverso da quelli precedenti. Non avevo più voglia di parlare di curve, di pneumatici o di accessori, argomenti che normalmente mi appassionano e mi fanno venire voglia di accendere una telecamera. Prima di tutto dovevo capire come mettere ordine in quello che avevo vissuto e come evitare che la paura, una volta passato il pericolo immediato, continuasse a decidere al posto mio.

La denuncia, le poche informazioni e quel fastidio di non poter ricostruire tutto

Dopo essermi ripreso e aver parlato con gli agenti, ho fatto una cosa che ritenevo importante: sono andato in commissariato e ho presentato denuncia contro ignoti. Lo scrivo perché a volte, quando si parla di un tentato furto di moto che non è andato a buon fine, qualcuno tende a liquidare la questione con una frase del tipo «Vabbè, alla fine non te l’hanno portata via». Come se il furto mancato cancellasse automaticamente l’aggressione, lo spavento e il pericolo vissuto. Capisco il ragionamento di chi, dall’esterno, vede soprattutto il risultato materiale: la moto è ancora in garage, nessun danno da riparare di cui abbia parlato, il proprietario è tornato a casa. Ma una persona che ti si lancia addosso nel traffico, cerca di prendere il controllo del manubrio e ti spinge mentre sei in sella non smette di aver compiuto un gesto gravissimo soltanto perché il tentativo non è riuscito. Non si tratta di esagerare la vicenda per darle più peso. Si tratta di riconoscere quello che è successo, raccontarlo a chi di competenza e non lasciare che tutto finisca soltanto in una storia da riferire agli amici. Per quanto mi riguarda, non avrei avuto la coscienza tranquilla se mi fossi limitato a chiudere il garage e fingere che non fosse accaduto niente.

Presentare denuncia, però, non significa improvvisamente avere una ricostruzione perfetta. Anzi, proprio quando ti metti a raccontare l’accaduto in maniera ordinata ti rendi conto di quanti particolari non sei in grado di fornire. So che lo scooter era grigio, ma non so indicarne il modello. So che c’erano due persone, ma non saprei riconoscerle dal viso perché indossavano caschi integrali. Ricordo il loro abbigliamento, la posizione dello scooter, il movimento di chi è sceso e l’aggressione; non posso invece darvi un numero di targa che non ho letto, né inventarmi particolari che la memoria non conserva. È frustrante, naturalmente. Se mi chiedete di descrivere una moto che sto provando, magari mi accorgo del comportamento del motore a un certo regime, del rumore di una vibrazione, del modo in cui si muove una sospensione. Se mi chiedete di raccontare un’aggressione durata pochi secondi, con il cuore che sembra voler uscire dal giubbotto, la qualità delle informazioni cambia completamente. Non perché non abbia guardato, ma perché in quel momento il mio cervello era impegnato soprattutto a capire come uscire dalla situazione. E questo è il genere di differenza che apprezzi davvero soltanto quando ti capita di viverla.

Gli agenti mi hanno spiegato che esistono accertamenti possibili e che, per quanto consentito dalla situazione, potranno essere valutate eventuali immagini di telecamere presenti nella zona. Non voglio entrare in dettagli che non conosco e soprattutto non voglio trasformare un’ipotesi investigativa in una promessa di risultato. Non so se quelle telecamere abbiano ripreso la scena, se le immagini siano utilizzabili o se possa emergere qualche elemento utile. Non so neppure se lo scooter fosse regolarmente targato o se fosse un mezzo rubato. Sono tutte domande che mi sono posto, ma alle quali non posso attribuire una risposta per riempire i vuoti del racconto. In un video sarebbe facilissimo montare qualche ripresa suggestiva, aggiungere una musica da thriller e lasciare intendere che dietro ci sia chissà quale organizzazione. Sarebbe anche scorretto. Io ho subito un tentativo di rapina della moto, ho denunciato quello che ricordo e per il resto posso solo affidarmi al lavoro delle persone competenti. Qualunque sviluppo concreto, se ci sarà e se potrò raccontarlo, avrà bisogno di fatti, non di supposizioni.

Una cosa, invece, posso dirla senza esitazioni: la denuncia non è servita a cancellare la paura nel momento in cui sono uscito dal commissariato. Non funziona così. Puoi aver fatto tutto quello che ritieni corretto sul piano pratico, puoi aver raccontato i fatti, puoi aver ricevuto indicazioni su ciò che succederà dopo e, nonostante questo, continuare a sentirti poco tranquillo. È anche il motivo per cui mi infastidisce la tendenza a trattare certe vicende soltanto come questioni burocratiche. Il verbale è importante, gli accertamenti sono importanti, ma poi c’è una persona che deve tornare alla propria vita. Nel mio caso significa anche rimettere il casco, risalire sulla moto e affrontare gli stessi incroci che prima attraversavo senza pensarci troppo. La parte amministrativa e quella personale procedono su due binari diversi: possono influenzarsi, certamente, ma una non sostituisce l’altra. Ed è giusto riconoscerlo senza fare drammi e senza minimizzare.

Nelle ore e nei giorni successivi mi sono tornati in mente dettagli in ordine sparso, come succede quando ripensi a una conversazione importante e soltanto dopo ti viene in mente una frase che avresti voluto dire. Mi domandavo se avessi osservato bene da dove era arrivato lo scooter, se la prima impressione sul gesto verso il freno anteriore fosse giusta, se la persona fosse davvero inciampata dopo il colpo oppure avesse perso l’equilibrio per un altro motivo. Ma il rischio, quando ricostruisci continuamente la stessa scena, è cominciare a considerare certe le cose che hai soltanto ipotizzato. Ho cercato quindi di tenere separati i ricordi dalle interpretazioni. So di essere stato spinto. So di aver reagito e di essermi allontanato. So che ho visto un gesto verso una tasca, ma non so che cosa significasse. È una distinzione forse meno spettacolare di un racconto pieno di dettagli, però mi sembra l’unica rispettosa sia dei fatti sia di chi leggerà questo articolo. Anche perché qui non stiamo commentando una scena di un film: stiamo parlando di un episodio realmente vissuto, nel quale le parole hanno un peso.

Mi è capitato di leggere discussioni nelle quali, appena qualcuno racconta un furto o una rapina, arrivano i detective da tastiera. C’è chi sa già da dove provenivano i responsabili, chi è convinto di conoscere il loro metodo, chi spiega con sicurezza assoluta cosa avrebbe fatto al posto della vittima e chi, senza aver visto nulla, considera sospetto un dettaglio o un altro. Io non voglio alimentare quel meccanismo. Racconto quello che so, ammetto quello che non so e non ho bisogno di inventarmi il resto per dimostrare che la vicenda sia seria. Credo anzi che un racconto onesto sia più utile proprio perché lascia spazio anche all’incertezza. Se domani capitasse a un altro motociclista di essere aggredito e di ricordare poche cose, vorrei che non si sentisse obbligato a riempire ogni vuoto pur di essere creduto. La precisione non consiste nell’avere sempre una risposta: a volte consiste nel riconoscere con chiarezza il punto in cui le risposte finiscono.

La moto è rimasta con me, ma per un po’ non l’ho guardata nello stesso modo

Chi frequenta Voonexio sa quanto mi piaccia parlare della mia moto. Ci faccio viaggi, ci esco per una semplice passeggiata, ci ragiono sopra quando provo un accessorio, quando penso a una modifica o quando cerco l’itinerario giusto per una giornata di curve. Per me non è mai stata soltanto la somma di un telaio, due ruote, un motore e una serie di rate o fatture. È una cosa che ho desiderato, scelto e acquistato con i miei soldi, facendo sacrifici che conosco io e che non ho nessuna intenzione di giustificare a qualcuno. Per questo capisco benissimo la rabbia che suscita l’idea che due persone possano decidere di portartela via come se fosse un oggetto senza storia. E capisco anche chi, leggendo il mio racconto, potrebbe pensare che reagire sia quasi inevitabile. Quando una moto la vivi davvero, immaginare di vedersela sottrarre davanti agli occhi fa male ancora prima che succeda. C’è una componente economica, ovviamente, ma anche una parte affettiva che per noi motociclisti è difficile da spiegare a chi usa la macchina soltanto per andare al supermercato.

Eppure, dopo quello che è successo, ho capito che il mio rapporto con la moto ha due facce che devono restare separate. Da una parte c’è l’affetto per il mezzo, la passione, il senso di libertà che mi dà e quella voglia di accendere il motore anche quando non ho una destinazione precisa. Dall’altra c’è la responsabilità verso me stesso e verso gli altri. La moto è importante, ma non può diventare così importante da farmi dimenticare tutto il resto. Può essere bellissima, costosa, personalizzata, assicurata o meno, ma non vale una ferita grave, non vale la possibilità di non tornare a casa e certamente non vale il rischio di travolgere qualcuno per la strada nel tentativo di tenermela. Lo scrivo sapendo che potrebbe sembrare una banalità, una di quelle frasi che si ripetono senza pensarci. A me non sembra più banale. Finché l’argomento era teorico, ero il primo a dire che davanti a una rapina non bisogna reagire. Poi qualcuno mi ha messo le mani addosso e il mio corpo ha fatto il contrario. Questo contrasto tra ciò che pensiamo di fare e ciò che facciamo davvero è diventato una delle cose sulle quali rifletto di più.

La mia moto, inoltre, è coperta da una polizza furto e incendio. Quando l’ho ricordato a mente fredda mi sono sentito ancora più stupido per il rischio che avevo corso. Attenzione, non perché un’assicurazione renda piacevole subire un furto o cancelli automaticamente tutte le conseguenze economiche: esistono condizioni, esclusioni, franchigie, procedure e differenze tra le coperture, che vanno sempre verificate sul proprio contratto. Non voglio fare finta che basti avere una polizza per tornare dal concessionario sorridendo e scegliere una moto nuova come se nulla fosse. Il punto è un altro. Perfino nella prospettiva di dover affrontare pratiche, spese e una perdita economica, ci troviamo comunque davanti a problemi che, in linea di principio, si possono gestire. Il rischio di subire una violenza grave è di tutt’altra natura. Non esiste uno sconto, una sostituzione o un bonifico capace di annullare certe conseguenze. Continuo ad amare la mia moto esattamente per le ragioni per cui l’ho acquistata, ma non voglio mai più lasciare che quell’attaccamento si confonda con la necessità di difenderla fisicamente a qualsiasi costo.

Dopo l’aggressione c’è stato un momento nel quale persino l’idea di riprendere la moto aveva un sapore diverso. Di solito, quando esco, penso al percorso, al meteo, alla sosta per un caffè, a una strada che non percorro da un po’. Stavolta sapevo che il primo semaforo avrebbe potuto riportarmi direttamente a quel ricordo. E infatti così è stato: tornare a guidare, soprattutto fermarmi nel traffico, è stato più difficile di quanto avrei immaginato. Non parlo di un problema tecnico. So mettere la prima, so fermarmi, so ripartire e non è che all’improvviso abbia dimenticato come si usa una moto. È cambiato il significato di un gesto normale. Quel semaforo rosso, che per anni era stato soltanto una pausa nel tragitto, adesso era un posto in cui potevo sentirmi esposto. Non sono arrivato a pensare che ogni persona accanto a me volesse aggredirmi, ma mi accorgevo di controllare molto di più gli specchietti, di essere meno rilassato e di prestare attenzione a cose che prima mi sarebbero sembrate irrilevanti. È un modo di vivere la strada che stanca, perché la moto dovrebbe richiedere attenzione, non un continuo stato di allarme.

La cosa che mi dispiace di più, a pensarci, è che tutto sia cominciato in una giornata in cui avevo semplicemente voglia di guidare. Dopo una vacanza avevo sentito la mancanza del mezzo e volevo condividere un caffè con un amico. Non stavo tentando una sfida, non ero impegnato in un giro estremo, non avevo scelto consapevolmente di infilarmi in una situazione rischiosa. Ero nella parte più ordinaria del motociclismo, quella che spesso non finisce nei video perché non succede niente di interessante. Il bello della moto è anche questo: ti regala qualcosa perfino mentre vai da un punto all’altro della città. Un motore acceso, un po’ d’aria addosso, la sensazione di muoverti in modo diverso rispetto a quando sei chiuso tra quattro portiere. Mi ha colpito rendermi conto di quanto facilmente un gesto violento possa rovinare proprio quella leggerezza. Non mi ha tolto il possesso della moto, ma per qualche tempo ha reso più complicato godermela. Ed è una perdita meno visibile, ma non per questo inesistente.

Per fortuna la passione non è sparita. Non ho deciso di vendere tutto, chiudere il garage e dedicarmi per il resto della vita al collezionismo di francobolli, anche se nei momenti peggiori qualsiasi attività che non preveda fermarsi a un semaforo può sembrare un’ottima idea. La verità è che continuo a voler andare in moto, probabilmente anche per tutte le cose buone che mi ha regalato negli anni. Sarei molto triste se due sconosciuti riuscissero a portarmi via, oltre alla serenità di quel momento, anche il piacere di fare ciò che amo. Non ho una ricetta pronta per recuperare immediatamente la tranquillità, e sarebbe poco serio raccontarvi che sia bastato un giro per cancellare ogni sensazione negativa. Sto cercando di riprendere confidenza con le uscite, senza obbligarmi a dimostrare niente a nessuno. È una differenza importante: non voglio tornare in sella per dimostrare che non ho paura. Voglio tornare in sella perché mi piace andare in moto, accettando che, almeno per un po’, certe sensazioni mi accompagnino ancora.

Il semaforo rosso non è più soltanto un semaforo rosso

Se dovessi individuare un momento della giornata in cui l’episodio torna a farsi sentire con maggiore intensità, sceglierei proprio la sosta al semaforo. Non è la velocità, non è una curva impegnativa, non è un tratto di asfalto sconosciuto. È una delle situazioni più semplici che capitano a qualsiasi motociclista, anche a chi utilizza la moto soltanto per andare al lavoro. Ti fermi, aspetti, riparti. Una sequenza talmente banale che nella maggior parte dei casi la esegui quasi senza pensarci. Nel mio caso, dopo il tentativo di furto, quella sequenza non è più stata così neutra. Quando rallento e vedo il rosso, una parte della mia attenzione comincia a occuparsi dell’ambiente in modo molto più intenso. Chi arriva da destra? C’è qualcuno sullo scooter dietro di me? Quanto sono vicino alle macchine? Ho spazio per muovermi? Sono domande che prima mi ponevo soprattutto per evitare incidenti. Adesso, a volte, si aggiunge il ricordo di una persona scesa da uno scooter per venirmi incontro. È una sensazione spiacevole, anche perché razionalmente so che la stragrande maggioranza delle persone che condividono la strada con me non ha alcuna intenzione di farmi del male.

C’è un dettaglio che ho raccontato nel video e che voglio riprendere con attenzione, perché potrebbe essere frainteso. I due ragazzi avevano il casco integrale. Da quando è successo, vedere due persone su uno scooter con quel tipo di casco mi può provocare un momento di allarme. Non sto dicendo che indossare un integrale su uno scooter sia sospetto, e ci mancherebbe altro. Anzi, un buon casco integrale offre una protezione che molti motociclisti e scooteristi scelgono giustamente, e non vorrei mai alimentare l’idea che usare un dispositivo di sicurezza possa trasformarti agli occhi degli altri in un potenziale criminale. È solo che la mia memoria ha associato quell’immagine a ciò che ho vissuto. Se qualcuno ha due caschi integrali, magari è semplicemente una persona che prende sul serio la propria sicurezza, ed è una cosa positiva. Il mio disagio non mi autorizza ad attribuire intenzioni a degli sconosciuti. Questa distinzione per me è fondamentale, soprattutto perché non voglio che una brutta esperienza diventi il pretesto per diffidare ingiustamente degli altri motociclisti.

Lo stesso vale per Napoli. L’aggressione è avvenuta qui, in una città che conosco e nella quale vivo la mia passione per le due ruote, e non ho alcuna intenzione di cancellare questo fatto dal racconto. Sarebbe assurdo far finta che non esistano problemi di furti, rapine e comportamenti pericolosi. Però sarebbe altrettanto assurdo usare la mia esperienza per dipingere ogni strada della città come un posto nel quale non ci si possa fermare. Napoli è una città complessa, come tante altre, e da motociclista conosco sia la confusione del traffico sia le persone che ogni giorno percorrono queste strade senza avere nulla a che fare con chi aggredisce o ruba. Non voglio contribuire all’idea che il problema sia una categoria di persone identificata semplicemente dal luogo in cui vive. Ho subito un’aggressione da parte di due individui che non conosco. Questo è il fatto. Tutto il resto, comprese le considerazioni sui fenomeni criminali, merita dati, contesto e una discussione seria, non una generalizzazione nata dalla rabbia.

Tornare ad affrontare un semaforo con un po’ di serenità, per me, significa anche imparare a distinguere la prudenza dalla paura. La prudenza mi serve: guardare gli specchietti, non isolarmi completamente dal traffico, evitare di distrarmi con lo smartphone e osservare ciò che succede intorno sono abitudini sensate indipendentemente da quello che mi è capitato. La paura, invece, quando prende il controllo, rischia di peggiorare la situazione. Può farti vedere una minaccia dove non c’è, indurti a muoverti in modo brusco o toglierti attenzione proprio dalle cose che dovresti controllare alla guida. L’ho sperimentato durante la fuga, quando la preoccupazione di allontanarmi dagli aggressori mi ha fatto sottovalutare pericoli enormi. Non voglio sostituire una guida distratta con una guida dominata dal sospetto. Il risultato ideale sarebbe tornare a una condizione in cui osservo l’ambiente con attenzione, ma posso anche aspettare il verde senza vivere quei trenta secondi come una prova di nervi.

Non mi sono imposto scadenze. Sarebbe bello poter dire che dopo due uscite tutto torna come prima, ma non ho alcun motivo per prometterlo e non credo sarebbe utile. Ci sono giorni in cui il ricordo pesa meno e altri in cui basta un movimento improvviso nella visione periferica per farmi sobbalzare. Quando succede cerco di riportare l’attenzione su quello che sto effettivamente vedendo, non su quello che temo possa succedere. Non sto proponendo una tecnica clinica né un metodo universale: vi sto dicendo come provo, nel mio piccolo, a non farmi travolgere dalle associazioni che mi vengono spontanee. Se questa difficoltà dovesse restare intensa o impedirmi di vivere normalmente la moto, chiedere il supporto di un professionista sarebbe una possibilità sensata, non una sconfitta. Non abbiamo nessun obbligo di trasformare ogni esperienza difficile in una prova di durezza personale, tantomeno per mantenere una certa immagine davanti agli amici o ai follower.

Credo che uno degli errori più frequenti, quando parliamo di motociclismo, sia associare la sicurezza soltanto alla capacità tecnica. Saper frenare bene è importante, conoscere le traiettorie è importante, imparare a gestire un mezzo pesante a bassa velocità è importante. Ma c’è anche la parte che riguarda il modo in cui ci sentiamo mentre guidiamo, la capacità di riconoscere quando siamo stanchi, distratti, nervosi o spaventati. Una persona può sapere benissimo come affrontare una curva e comunque non essere nelle condizioni giuste per farla in sicurezza. Nel mio caso, la tecnica non era scomparsa, ma il giudizio era stato alterato dall’urgenza di scappare. Adesso mi interessa recuperare non soltanto la voglia di guidare, che in fondo è sempre rimasta, ma anche quella lucidità che permette di godersi un giro senza trasformare ogni incrocio in una possibile minaccia. Perché andare in moto, per me, non deve diventare un continuo esercizio di sopravvivenza. Deve restare una passione da vivere con rispetto dei rischi, non con il terrore di quello che potrebbe succedere.

Telecamere, antifurto e sicurezza: quello che cambierò senza illudermi di essere invincibile

C’è una cosa concreta che ho deciso di cambiare dopo questa esperienza: voglio utilizzare con maggiore continuità una telecamera quando mi muovo in moto, almeno una soluzione capace di registrare ciò che accade intorno a me. Non perché una videocamera possa impedire a qualcuno di aggredirmi, naturalmente, e neppure perché voglia trasformare ogni uscita in una missione di sorveglianza. Semplicemente, quando mi sono ritrovato a dover raccontare l’episodio, ho capito quanto mi sarebbe stato utile poter rivedere una registrazione. Avrei potuto forse verificare la dinamica dello spintone, capire meglio il comportamento dello scooter, leggere qualche dettaglio che in quei secondi non ho potuto memorizzare. Dico «forse» perché anche i video hanno limiti enormi: dipende da dove è montata la telecamera, da dove guarda, dalla qualità delle immagini, dalla luce e da ciò che finisce effettivamente nell’inquadratura. Se qualcuno si trova dietro la moto, una camera frontale può non vedere nulla. Se una targa è coperta o non leggibile, non basta aumentare la risoluzione per farla comparire per magia.

È curioso che proprio io, che parlo spesso di accessori e tecnologia per motociclisti, mi sia ritrovato in una situazione in cui non avevo nessuna ripresa utile. Ma succede, perché una cosa è provare un prodotto per un video e un’altra è avere sempre un sistema installato, carico e funzionante durante le uscite più banali. Quando organizzi un giro panoramico ti viene naturale preparare la videocamera, controllare la memoria e pensare alle inquadrature. Quando devi soltanto andare a bere un caffè, invece, può capitare di uscire senza. Non intendo utilizzare questo episodio per raccontarvi che tutti devono comprare immediatamente una action cam, magari spendendo centinaia di euro per un dispositivo che dopo due settimane resterà in un cassetto. Sto facendo una riflessione personale. Se voglio avere una documentazione di quello che succede intorno alla moto, devo scegliere un sistema pratico, che non mi costringa a complicare ogni partenza e soprattutto che non diventi un’ulteriore fonte di distrazione mentre guido.

Una registrazione, poi, non è un lasciapassare che consente di inseguire qualcuno o di improvvisarsi investigatori. Se avessi avuto una videocamera quel giorno, la priorità sarebbe rimasta la stessa: uscire dalla situazione senza farmi male e cercare aiuto. Le immagini, eventualmente, avrebbero potuto essere utili in un secondo momento, condividendole nei modi appropriati con le autorità competenti. Mettere online i volti di persone che non sono state identificate con certezza, pubblicare targhe o lanciare cacce al responsabile sui social è tutt’altra cosa, e non è quello che voglio fare. Il confine tra documentare una vicenda e contribuire a un linciaggio digitale può diventare molto sottile, soprattutto quando l’emozione del racconto coinvolge migliaia di spettatori. Da creatore di contenuti so quanto un video possa viaggiare rapidamente; proprio per questo credo sia importante non lasciarsi guidare soltanto dalla voglia di trovare un colpevole a qualsiasi costo.

Il discorso vale anche per gli antifurti tradizionali, che restano utili per il problema per il quale sono pensati, ma non possono fare miracoli. Un bloccadisco, una catena, un sistema satellitare o un allarme possono essere elementi importanti per proteggere una moto parcheggiata, ciascuno con vantaggi e limiti. Però quello che ho vissuto io è stato qualcosa di diverso: un’aggressione mentre il mezzo era acceso, fermo al semaforo, con il proprietario ancora sopra. In una situazione simile non ha molto senso pensare che una catena lasciata in garage possa risolvere il problema. È anche per questo che mi sembra sbagliato parlare di furto moto come se fosse sempre lo stesso fenomeno. C’è il mezzo che scompare mentre sei al lavoro, c’è quello portato via da un parcheggio e c’è il tentativo di sottrartelo con la forza quando lo stai usando. Non sto proponendo una classificazione giuridica, che spetta a chi se ne occupa professionalmente; sto semplicemente dicendo che le precauzioni cambiano a seconda di ciò che si cerca di prevenire. E nessuna misura, per quanto valida, può garantire che un’aggressione non avvenga.

In un precedente articolo avevo parlato proprio dei modi in cui possono rubare una moto e di come cercare di difenderla. Lo trovate qui: Te la rubano così: i metodi reali per rubare una moto e come difendersi. Rileggerlo dopo questa esperienza mi fa un effetto strano, perché sulla carta certe indicazioni sembrano assolutamente logiche. Puoi conoscere i rischi, avere un’assicurazione, sapere che non è prudente reagire e ripeterlo anche agli altri; poi, nell’istante in cui qualcosa ti colpisce fisicamente e all’improvviso, scopri che la tua reazione può essere molto diversa da quella che avevi immaginato. Non vuol dire che informarsi sia inutile. Al contrario, penso che parlare di sicurezza abbia ancora più senso. Ma bisogna evitare la presunzione di sapere esattamente come ci comporteremo prima di trovarci davvero dentro un’emergenza. Io quella presunzione non voglio averla più.

Dopo questa vicenda, insomma, farò ancora attenzione a dove lascio la moto e agli accessori che uso per proteggerla, ma non voglio trasformare ogni scelta in un rito contro la sfortuna. La sicurezza non è un prodotto che acquisti una volta per tutte. È fatta di comportamenti, attenzione, protezioni, scelte ragionevoli e della consapevolezza che non possiamo controllare le azioni di tutti gli altri. Per questo non mi interessa inventarmi una lista di trucchi infallibili per evitare che qualcuno tenti di rubarvi la moto al semaforo. Una persona aggressiva può agire in modi imprevedibili, e qualsiasi consiglio troppo rigido rischierebbe di diventare pericoloso se applicato alla situazione sbagliata. Mi interessa piuttosto sottolineare qualcosa che vale in tanti contesti: non lasciate che l’orgoglio di difendere un oggetto vi porti a sottovalutare il rischio per la vostra incolumità, e non confondete la capacità di allontanarvi da un pericolo con la necessità di farlo nel modo più veloce o spettacolare possibile. Io ho imparato entrambe queste cose attraverso errori che avrei preferito evitare.

Una storia che avrei preferito non avere da raccontare su Voonexio

Di solito preparo i contenuti con un’idea abbastanza chiara di ciò che voglio comunicare. Posso parlare di una moto, di una strada da percorrere, di un dispositivo che sto provando oppure di un’abitudine sbagliata che molti motociclisti hanno senza rendersene conto. Mi piace trovare il modo di rendere gli argomenti interessanti, magari infilando qualche battuta quando la situazione lo permette, perché seguire un canale di moto dovrebbe essere anche un piacere. Stavolta, però, la voglia di montare un video con il ritmo giusto o cercare la frase più divertente non c’era. Non avevo la testa per farlo e ho preferito raccontare l’accaduto in maniera semplice, senza cercare un effetto speciale capace di alleggerire artificialmente il momento. Non sempre una storia personale deve trasformarsi in intrattenimento, e non tutto quello che succede a un motociclista ha bisogno di una colonna sonora energica. A volte il modo migliore per parlarne è essere chiari, rispettare ciò che si ricorda e non nascondere le proprie responsabilità.

Quando racconto un itinerario andato male, un accessorio che non funziona o una scelta discutibile che ho fatto sulla moto, l’ironia viene quasi da sola. È uno dei motivi per cui mi diverto a creare contenuti: posso condividere una passione senza prendermi troppo sul serio. Qui, invece, la battuta facile avrebbe finito per mettere in ombra qualcosa di importante. Non è una storia nella quale due tizi hanno scelto il motociclista sbagliato e sono stati puniti come in una commedia d’azione. È la storia di una persona che è stata aggredita e che poi ha avuto paura, esattamente come potrebbe succedere a chiunque. Se la raccontassi in un altro modo tradirei il motivo per cui ho deciso di condividerla. Non ho bisogno che qualcuno mi faccia i complimenti per il colpo dato all’aggressore. Non voglio che quell’istante diventi la parte da celebrare, perché sarebbe dimenticare tutto quello che poteva succedere subito dopo e tutto quello che, durante la fuga, ho rischiato di provocare.

Mi piacerebbe invece che questo racconto diventasse l’occasione per una conversazione seria tra motociclisti, una di quelle nelle quali si può anche non essere d’accordo senza trasformare ogni opinione in una sfida. Qualcuno potrebbe dirmi che nella mia situazione avrebbe reagito esattamente allo stesso modo, magari perché la paura e la rabbia possono avere un peso enorme quando ti trovi un estraneo addosso. Altri potrebbero pensare che avrei dovuto lasciar perdere la moto immediatamente. Io non posso riscrivere quello che è successo e non pretendo di distribuire patenti di coraggio. Posso soltanto dirvi quale conclusione ne ho tratto: se dovessi trovarmi di nuovo davanti a una minaccia del genere, vorrei riuscire a dare priorità alla mia sicurezza e a quella delle persone intorno a me, non alla difesa del mezzo. Mi rendo conto che formulare questo desiderio a mente fredda è più facile che realizzarlo in pochi secondi. Ma è esattamente per questo che voglio parlarne, perché mi sembra più utile di una storia nella quale il protagonista ha sempre ragione.

C’è anche un motivo più personale per cui ho deciso di scrivere queste righe. Quando qualcosa ti scuote davvero, può diventare difficile persino spiegare agli altri perché non hai la solita energia. Magari ti chiedono quando esce il prossimo video, quale accessorio proverai, dove andrai in moto nel fine settimana, e tu vorresti rispondere con l’entusiasmo di sempre ma non ci riesci. Non significa aver perso interesse per il proprio progetto o per le persone che ti seguono. Significa che in quel momento hai altre cose da elaborare. Ho preferito raccontare ciò che è successo anche per dare un senso a quel silenzio, senza costruirci sopra misteri e senza fingere di essere stato semplicemente troppo impegnato. A chi segue Voonexio interessa probabilmente soprattutto il mondo delle moto, lo so, ma credo che un canale personale si costruisca anche attraverso questi momenti meno comodi. Se condivido le soddisfazioni, i viaggi e le risate, non vedo perché dovrei nascondere del tutto una difficoltà che riguarda proprio il mio modo di vivere la moto.

Mi farebbe piacere leggere esperienze simili, soprattutto da parte di chi è riuscito a ritrovare un po’ di serenità dopo un’aggressione, un tentato furto o un episodio che ha fatto perdere fiducia nella strada. Non perché ogni caso sia uguale, e neppure perché i commenti di un blog possano sostituire un aiuto professionale quando serve. Ma ascoltare come altre persone hanno affrontato il ritorno in sella può essere utile, e non soltanto a me. Chi legge potrebbe riconoscersi in una sensazione che non era mai riuscito a raccontare bene, oppure trovare un punto di vista al quale non aveva pensato. Chiedo soltanto una cosa: evitiamo di trasformare questa storia in una gara a chi sarebbe stato più duro, più veloce o più disposto a rischiare. Non abbiamo bisogno di una classifica dell’eroismo. Abbiamo bisogno di parlare con lucidità di quanto possa essere serio un tentativo di rapina mentre sei in moto e di come sia possibile difendere prima di tutto le persone, compresi gli estranei che per caso si trovano a condividere la strada con noi.

Quello che mi resta dopo il tentato furto della moto

Alla fine, la moto è ancora mia. Potrei chiudere l’articolo con questa frase, mettere una bella foto della Tracer e lasciarvi con l’immagine di un episodio spiacevole ma fortunatamente concluso senza che il mezzo venisse rubato. Sarebbe una conclusione comoda e, per certi versi, rassicurante. Ma non sarebbe del tutto sincera, perché la parte difficile di una vicenda del genere non termina necessariamente quando spegni il motore nel garage di casa. A me è rimasta addosso la paura del momento in cui sono stato spinto, il dubbio su ciò che l’aggressore stesse cercando nella tasca, il ricordo dello scooter negli specchietti e, forse più di ogni altra cosa, il pensiero della ragazza che ho rischiato di investire nella fuga. Mi è rimasta anche la gratitudine verso gli agenti che mi hanno aiutato e quella sensazione di sollievo che ho provato quando finalmente ho potuto sedermi e smettere di correre. Sono emozioni diverse, a volte perfino contraddittorie, ma tutte appartengono alla stessa esperienza e non voglio far finta che una cancelli le altre.

Non so se chi ha tentato di portarmi via la moto saprà mai quanto mi abbia segnato quel gesto. Se per loro sia stato un episodio qualunque, se avessero pianificato ciò che avrebbero fatto o se abbiano cambiato idea dopo la mia reazione. Non conosco le loro intenzioni oltre quello che ho visto e non voglio perdermi in scenari immaginari. So però cosa significa, per me, convivere con l’idea che qualcuno abbia considerato normale avvicinarsi a un motociclista fermo e usare la forza per sottrargli il mezzo. È una cosa che mi fa arrabbiare, certamente. Non soltanto per i soldi o per il valore della moto, ma perché tocca quella fiducia minima che dovrebbe permetterci di utilizzare le strade senza pensare che una persona possa trasformare un semaforo rosso in una minaccia. Non pretendo che il mondo sia perfetto e so che andare in moto comporta già rischi che bisogna affrontare con serietà. Ma la violenza gratuita aggiunge qualcosa di diverso, qualcosa che non dovrebbe mai essere considerato parte normale del prezzo da pagare per una passione.

Se c’è un aspetto sul quale sono diventato più severo con me stesso è il modo in cui giudico la mia reazione. Potrei cercare mille giustificazioni, alcune anche comprensibili, e fermarmi lì. Potrei dire che ero sotto attacco, che ho avuto paura, che non sapevo cosa stesse per succedere. Tutte cose vere. Ma nessuna mi impedisce di riconoscere che attraversare un semaforo con il rosso e rischiare di colpire una persona è stato pericoloso. Non voglio usare l’aggressione subita come uno scudo dietro il quale nascondere gli effetti delle mie scelte. E, allo stesso tempo, non voglio neppure cadere nell’errore opposto, cioè pensare che tutto ciò che è successo sia stato causato da me. La responsabilità dell’aggressione appartiene a chi l’ha compiuta; la responsabilità delle manovre che ho fatto mentre scappavo è un tema che devo guardare in faccia senza cercare applausi. Tenere distinte queste due cose è l’unico modo che conosco per essere davvero onesto nel raccontare questa vicenda.

Vorrei anche che restasse chiaro un punto: non sto invitando nessuno ad affrontare una rapina con passività obbligata, come se potessi stabilire da un computer che cosa sia sempre giusto fare in ogni emergenza. Le situazioni possono essere molto diverse tra loro, e la priorità deve essere cercare di tutelare la propria incolumità e quella di chi ci circonda. In generale, ingaggiare uno scontro per difendere un mezzo materiale può aumentare enormemente i rischi, specialmente quando non sappiamo se l’altra persona sia armata. È questo il principio che vorrei fosse passato attraverso la mia storia. Non una formula valida per ogni possibile secondo di pericolo, ma una gerarchia di valori molto semplice: una moto, anche quella dei sogni, resta un bene che possiamo perdere. Una vita non è un pezzo di ricambio da ordinare, e il fatto di aver avuto fortuna una volta non significa che la stessa fortuna sia garantita una seconda.

Continuerò a parlare di moto, a provare accessori, a cercare strade interessanti e a condividere itinerari con voi. Continuerò anche a sbagliare qualcosa, perché faccio il motociclista e non il supereroe, e ho sempre pensato che raccontare soltanto le giornate perfette sia poco utile. Spero semplicemente che questa esperienza, con il tempo, occupi meno spazio quando mi fermo a un semaforo e che il piacere di andare in moto torni a prendere il posto che gli spetta. Per il momento porto con me una lezione che avrei preferito imparare in un altro modo, ma che non voglio sprecare: se qualcuno prova a rubarvi la moto mentre siete sopra, non trasformate il possesso del mezzo nella cosa più importante di quel momento. Pensate prima di tutto a proteggere voi stessi e le persone intorno, e cercate aiuto appena potete farlo in sicurezza. Io ho conservato la mia moto, ma avrei potuto perdere molto di più. Ed è per questo che, se mi chiedete come sia finita questa storia, non vi rispondo che ho vinto contro chi voleva rubarmela. Vi rispondo che sono tornato a casa, e che oggi mi rendo conto di quanto questo conti più di qualsiasi altra cosa.

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Voonexio

Appassionato di moto, di viaggi e di video editing, ho deciso quindi di iniziare ad unire insieme queste miei passioni e registrare i miei giri in moto, iniziando a pubblicare su YouTube come motovlogger.

Ho conseguito la patente A3 in tarda età e prima della patente non avevo mai guidato neanche uno scooter, ma la passione è passione e quindi...

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